MAURO CORONA.
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NEL MURO.
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Parte 2.
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2018. Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 9. Inizio ricerche.
CAPITOLO 10. Preparativi.
CAPITOLO 11. Finanziamenti.
CAPITOLO 12. Intermezzo.
CAPITOLO 13. Ricerche nuove.
CAPITOLO 14. Luce nella tenebra.
CAPITOLO 15. Apparizione.
CAPITOLO 16. Le mummie parlanti.
CAPITOLO 17. Sentore di valanga.
CAPITOLO 18. La valanga.
CAPITOLO 19. La storia.
CAPITOLO 20. Epilogo.
CAPITOLO 21. Gente che dice.
Riflessioni a margine del rischio.
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FINE Indice.
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CAPITOLO 9. Inizio ricerche.
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Dopo Natale cadde altra neve. Gennaio stava per finire e non mi ero mosso dalla baita. Su un quaderno avevo stilato una specie di programma segnando le cose importanti che dovevo fare. Avevo anche elencato i fenomeni strani che mi avevano tormentato fin da tempi lontani. Volevo capire se tra loro e le mummie cera un nesso, o comunque qualcosa che li univa. Analizzati uno dopo laltro, potevano darmi qualche traccia, indicarmi una via e chiss, forse la soluzione. Insomma, a ragionarci su, poteva darsi che uno pi uno facesse due. Con calma finii la baita ma non mi illudevo di stare in pace. Non  il mio mestiere stare in pace. Non ho quella fortuna. Le mummie invocavano aiuto, gridavano vendetta. Volevo capire, scoprire, decifrare, leggere la scrittura di quei corpi. Il compito si prospettava arduo.Da che punto avrei iniziato? In che modo? Con quali strumenti? Niente veniva in mio soccorso. Ho gi detto pi volte di aver studiato per conto mio, ho letto due camion di libri informandomi a fondo sulle cose e sugli uomini.Insomma, ho costruito a mie spese una solida base di sapere.Ma le lingue non le conosco, mi sono ignote. Sono in possesso dellitaliano e del mio ostico dialetto. Nientaltro.Figuriamoci capire i geroglifici incisi a coltello sui corpi delle mummie! Chiss che lingua era, quella, e chi laveva scritta.
Finalmente arriv il giorno speciale, tanto atteso e volutamente respinto. Perch lo respingevo si capir in sguito.La seconda picconata, dopo la prima che le aveva scoperte, fece crollare lintercapedine e le signore rotolarono allaperto.Eccole! Di nuovo loro, le mummie! Il cuore mi usciva dal petto. Stavano unaltra volta davanti a me, e sembrava si muovessero, volessero alzarsi, camminare, tornare allaria aperta dopo tanti anni di buio. Mi impressionai ancora dinanzi a quei volti, provai pi paura che al primo incontro.Istintivamente ed in maniera ingenua, posai la mano sul cuore della giovane per sentire se batteva. Sapevo di fare un gesto sciocco per tastai lo stesso. E ancora una volta ebbi limpressione che battesse. Invece era il mio che batteva.Dal petto agitato il tum-tum scendeva gi, nella mano.Rimbombava sulla pelle disseccata, sul volto inorridito, sul corpo devastato dai tagli della mummia. Gi che cero, tastai anche le altre, ricevendo identica impressione. Ma il cuore era il mio, e batteva di paura. Quello delle donne era spento da centocinquantanni.
Le presi una per una e le spostai in un angolo della baita.
La cerva si mise a scartare agitata. Chetai i suoi balzi con carezze di voce, ma and a sdraiarsi dal lato opposto. La stanza non era tanto spaziosa, un animale cos, quando si mette a saltare, rovescia tutto. Nel frattempo mi era sorto un dubbio.Dove avrei sistemato i corpi durante le mie indagini?Mica potevo lasciarli nella baita. Metti che qualcuno fosse passato da quelle parti, o venisse a cercarmi di proposito.Nessuno doveva vederle. Quelle erano roba esclusiva, roba soltanto mia. Decisi di adattare lintercapedine a mo di ripostiglio. Le avrei nascoste l dentro ogni qualvolta occorreva, protette da una finta parete spostabile con facilit. E cos feci. Fabbricai unanta di legno sulla quale fissai dellintonaco in modo che sembrasse muro. Non vi era segno che rivelasse il trucco. Davanti ci piazzai un tavolo di larice, costruito per la bisogna. Ora ero pronto a partire. Ma sarebbe troppo facile affermare che iniziai lo studio delle mummie con tranquillit. Non era cos. Sapere che stavano chiuse, sigillate dalla malta mi tranquillizzava un poco. Erano in prigione, non potevano evadere. Seppur permanevano segnali cupi, sogni orrendi e fatti da mettere i brividi, quelle erano nascoste ed ogni tanto si facevano dimenticare. Ora invece le avevo davanti e pi le guardavo pi mi tremavano i polsi.E pensare che non ho mai avuto paura di donne, io. Anzi, le ho maltrattate a pi non posso. Invece ora ne avevo, e non di quelle vive bens di tre donne morte e secche come scorze.Qualcosa non tornava ma, ahim, la realt era quella e dovetti rassegnarmi.
Per tre giorni e tre notti osservai le amiche dalle unghie ai capelli che ancora tenevano attaccati. Ispezionai ogni millimetro quadrato di quella pelle dura e martoriata. Le giravo e rigiravo memorizzando ogni particolare. Ero particolarmente attento a non rompere il fiore di legno scolpito, che tenevano ben stretto, infilato tra le gambe. Quei fiori mi inquietavano ancor pi delle mummie. Tra i petali intagliati con maestria, comparivano volti umani, volti di uomini.Ponendo pi attenzione dellaltra volta, accertai che si trattava di uomini giovani. Luno diverso dallaltro, come se quei visi ghignanti fossero precisi ritratti di qualcuno. Il mistero era grande come le montagne che avevo intorno e cominciai a dubitare di poterlo risolvere. A dire il vero non avevo mai sperato di riuscirvi. Per ci avrei provato fino alla morte, questo lo sapevo. Il primo obiettivo era decifrare la scrittura incisa sui corpi delle donne. Forse quella mi avrebbe raccontato qualcosa, chiss, magari anche tutto. Ma chi poteva aiutarmi? Se chiedevo lumi a qualcuno temevo si incuriosisse un po troppo. E men che meno potevo rivelare a chicchessia lesistenza delle mummie. Quello mai. Lindagine e la propriet erano roba mia, nessuno doveva impicciarsi.Guai se me le avessero sequestrate, sarei morto di crepacuore. Sentivo che qualcosa mi legava ad esse come la resina al pino. Per potevo inventare, spargere la voce che avevo trovato un vecchio documento, una carta antica, una pergamena. Insomma robe inesistenti, per giustificare quei segni che avrei sottoposto a qualche esperto. Solo un particolare anzich spaventarmi mi incuriosiva. Erano le fibbie di cinghia, infilate nellalluce sinistro di ogni mummia. Che senso potevano avere? Perch erano state messe proprio l, nel dito del piede? E perch quel dito? Intuivo chiaramente che limpresa di sapere sarebbe stata ardua.
Quando veniva la notte cominciavo ad agitarmi. Con le mummie attorno non dormivo nemmeno quel paio dore che prima, in un modo o nellaltro, riuscivo a farmi.Addirittura temevo che riprendessero a montarmi, come ai vecchi tempi. Ma per questo vigilava la cerva, anche se devo dire qualche volta le avrei riviste volentieri. Per tranquillizzarmi un poco, verso sera le rimettevo nella tomba piazzandoci davanti la finta parete. Avevo limpressione che da un momento allaltro potessero svegliarsi, saltarmi addosso e sbranarmi coi loro ghigni spaventosi. Quando non ispezionavo minuziosamente i loro corpi, mi sedevo distante un paio di metri e le osservavo per ore. Pi le guardavo pi mi rendevo conto che di loro non potevo fare a meno.Altro che bruciarle e fuggire allestero! Mi avevano stregato, dovevo andare avanti a ogni prezzo. In tre giorni di minuziosa osservazione, non scoprii molto di pi di quel che avevo osservato al primo impatto. Salvo che le incisioni sui corpi avevano una sezione a U. Questo dettaglio mi risult strano. Un qualsiasi coltello avrebbe prodotto un taglio netto con sezione a V.
Nel frattempo si verific un fatto nuovo, piuttosto anomalo.
La mia cerva cambi atteggiamento riguardo a una delle tre mummie. Evitava accuratamente le altre due, come al solito, e inizi ad avvicinarsi a quella giovane. La fissava, ne annusava il corpo secco, lo esplorava in ogni centimetro.Era come provasse simpatia per lei. Temevo rovinasse il fiore di legno e la mandavo via con un gesto o una voce.La mia cerva ubbidiva come un cane. E, come un cane, se mollavo la guardia tornava ad annusare. Le altre invece le temeva, stava loro distante. Un giorno che studiavo quella giovane, la cerva si mise a leccarle il viso, come volesse cancellare la smorfia di orrore che deturpava quel volto antico, disseccato dal tempo. No! gridai. Con delicatezza, ma in modo fermo, la allontanai. Non volevo rovinasse qualche particolare che poteva in sguito rivelarsi utile.
A un certo punto, riflettendo su come procedere, reputai cosa utile ricopiare su dei quaderni le incisioni che istoriavano i corpi delle donne, in modo da non doverle, ogni volta, tirare fuori dal muro.
Mi era venuta unintuizione non del tutto balorda. Cio che ogni segno corrispondesse a una lettera dellalfabeto.Ma era tutto da provare. Dimprovviso ricordai il bussolotto di legno trovato nella baita, contenente il becco di un corvo imperiale. Quelloggetto di pregevole fattura portava addosso gli identici ghirigori che istoriavano i corpi delle mummie. Di sicuro era stata la stessa mano a scolpirli, una mano di abilit straordinaria. Quella che aveva intagliato anche i fiori spaventosi infilati nel sesso delle tre donne.Unaltra idea mi balen in testa. Dovevo avere in mano fotografie dettagliate delle mummie. Solo cos avrei potuto sottoporle a qualche esperto di lingue antiche, o civilt scomparse.I segni del mistero erano molti. Non era necessario, pensai, ritrarre tutto il corpo, viso compreso. E bastava una sola mummia per iniziare. Su quella superficie martoriata, vi era scrittura sufficiente per trovare il bandolo e decifrare la lingua. Una cosa era certa: dovevo tenere assolutamente segreta lesistenza di quei corpi secchi. Allo stesso tempo, dovevo far vedere quei segni il pi presto possibile, se volevo venire a capo del mistero. Il sogno era riportare in italiano quelle sillabe per leggervi qualcosa. Sempre, beninteso, che i geroglifici rappresentassero davvero una lingua misteriosa ignota ai pi. Per mi tormentava lennesimo dubbio. Non mi fidavo a far salire in baita un fotografo a ritrarre le mummie. E nemmeno a portarne una nel suo studio di citt perch la fotografasse. In ogni caso diventava rischioso. I segreti  difficile mantenerli. Ed  impossibile quando li conosce un altro. Diceva un vecchio del mio paese: C solo una cosa da fare in due, tutto il resto sempre da soli. Non servono commenti. I segreti si chiamano cos proprio perch verranno svelati. Non dovevo in alcun modo rivelare lesistenza delle donne. A nessuno. Men che meno a fotografi o, peggio ancora, a giornalisti. Si trattava pur sempre di donne uccise, torturate, occultate. Poteva intervenire la legge, sequestrarmi tutto, indagarmi, ritenermi colpevole di chiss cosa. Certo, non potevano accusarmi daverle uccise ma, senza dubbio, avrei avuto rogne. Perch non ha chiarito subito? Perch non ha denunciato il ritrovamento? Questo mi avrebbero chiesto. E ne avrei pagato le conseguenze. Ma pi di tutto, temevo il sequestro. Senza le mie mummie sarei morto disperato. Erano il progetto di un impegno futuro. Le mummie ed il loro mistero diventavano sempre di pi lo scopo della mia vita. Lunico a tenermi in piedi. Volevo sapere perch erano finite cos. Sentivo che anchio, pur non conoscendo nulla, venivo coinvolto in quella storia maledetta.
Realizzai che dovevo cavarmela da solo. Sarei sceso nella citt pi vicina a cercare un fotografo. Tramite i suoi consigli, mi sarei impratichito del mestiere. Poi avrei comprato o affittato un apparecchio e avrei immortalato i corpi delle mummie da ogni lato. Sarebbe stato un primo passo, avere in mano le pellicole era gi un documento. Se mi avessero rubato le mummie cosa avrei fatto? O poniamo mi fosse andata a fuoco la baita e si fossero bruciate? Ero finito. Ma le foto mi erano indispensabili anche per un altro motivo.Sapevo che riportare i segni sui quaderni non bastava. Cera il rischio di confondersi. Anche se ricopiavo con la massima attenzione i solchi del testo originale, esisteva sempre la possibilit di errore. A ogni modo decisi di farlo comunque.Una mattina cominciai a copiare su quaderni i segni che istoriavano le mummie. Solco dopo solco, riga dopo riga, partendo dal collo e andando gi. Mi accorsi subito che non era impresa facile. Spesso mi confondevo, ricopiavo segni non perfetti. A quel punto strappavo la pagina e ripartivo da capo. Con lindice toccavo quei solchi, li seguivo come sentieri sui quali unico viandante era il mio dito. Provavo paura. Mi chiedevo se le incisioni erano state fatte sui corpi morti o quanderano ancora vivi. Se dovevo tenere a testimoni i volti delle mummie, non esistevano dubbi, lipotesi giusta era la seconda. Quelle facce erano state deturpate da un dolore fisico senza fine. Uno strazio insopportabile per ogni essere umano. Cos, giorno dopo giorno, per qualche ora, riflettevo, copiavo e ragionavo.
A volte, mentre con pazienza certosina ricopiavo ogni segno sui quaderni, vivevo strane suggestioni. Forse perch mi concentravo troppo o perch la mia testa andava morendo.Non lo so. Sta di fatto che mentre vergavo i segni pi esatti possibile, mi sembrava che la mummia prescelta si muovesse. A volte che si gonfiasse, come una rana che canta, o un rospo quando lo fai fumare. Sensazioni di pochi secondi ma sufficienti a provocarmi brividi. Forse era la concentrazione totale che ci mettevo a giocarmi brutti scherzi.Oppure la belladonna. Fatto sta che vedevo le mummie muoversi e questo non era bene. Se devo dirla tutta, seppur agganciato dalla paura, non mi dispiacevano quelle inquietanti visioni. Le donne disseccate mi avevano stregato.Era come se tornassero a vivere. Avevo limpressione che, oltre quella scorza secca e dura come corame, pulsasse la vita. Che indossassero quellabito legnoso al solo scopo di celarvisi dietro. E sotto lo spessore di quel bozzolo ripugnante le immaginavo persone buone e perbene. Non le vedevo cattive, n feroci, disperate o terrorizzate come urlavano i loro volti torchiati dal dolore. Sentivo che tra me e le mummie si preparava un dialogo. Allorizzonte, si profilava il racconto della loro vita. Lho detto pi volte, pareva mi volessero informare su quel che era accaduto, ma senza trovare la voce per uscire dal secolare mutismo. Quella dovevo scoprirla io, era compito mio. Io soltanto ero delegato a trovare la chiave per dar loro la possibilit di raccontarmi tutto. Piano piano, poco per volta, ricopiai sui quaderni lintera prima mummia. Quella giovane, tanto per capirci.Lavevo accuratamente divisa in quattro parti. Prima la schiena, fino in fondo. Poi la parte davanti. Di sguito il dietro delle gambe fino alle caviglie, dopodich il davanti.Badai a non dimenticare o disperdere nemmeno il pi piccolo segno. Durante loperazione, durata oltre un mese, la cerva non sallontan una spanna dal viso della mummia. A volte la leccava e io la scostavo. Dovevo stare attento. Guai se quel viso avesse subto alterazioni. Le mie donne dovevano rimanere integre.
Se qualcuno avesse visto le pagine dei quaderni, avrebbe pensato di sicuro che ero matto. Quantomeno, che avevo trovato il modo pi ostico di perder tempo. Invece pazzo non ero, e non potevo dirlo a nessuno. Un giorno sedetti di fronte alla mummia giovane ed iniziai a fissarla intensamente.Lo avevo fatto pi volte, anche con le altre, ma mai cos a lungo. Guardai quegli occhi fuori dalle orbite, il volto contratto e sconvolto dagli spasimi, per almeno dieci minuti.Quasi senza accorgermene, dimprovviso mi trovai dentro un sogno che sogno non era, era la mia immaginazione che galoppava su strade sconosciute. Vidi la mummia trasformarsi, cambiare forme come fosse di gomma. Si modific fino a diventare una donna giovane e bella che di uguali non ne avevo viste. Apparve un bosco, lei ci camminava dentro, su un sentiero pulito, senza ostacoli n rami di traverso.Dietro, a poca distanza, nascondendosi tra un albero e laltro, la seguivano i miei amici, quelli che ce lavevano con le femmine ed erano morti malamente. Pareva volessero acchiapparla, ma da come si muovevano era chiaro che non avevano coraggio di balzare avanti. La ragazza camminava tranquilla senza sospettare di essere seguita. Osservai quella scena per un po, gli occhi aperti come appena sveglio.Alla fine, sbucato dal nulla come un gufo, ai due saggiunse un vecchio che, nonostante let, si mise a correre e la raggiunse afferrandola alle spalle. Lei si volt e me la trovai di fronte nel preciso istante che torn quella che era. Non realizzai il significato di quelle visioni a occhi aperti. Mi sorprese il fatto che fossero apparsi gli amici morti. Che centravano loro? Proprio non lo immaginavo. Intuii per che fissando a lungo e intensamente le mummie, potevo crearmi allucinazioni. Decisi cos di continuare. Seppur con una certa paura, ci riprovai. In sguito, tentai uninfinit di volte lesperimento senza alcun successo. Le mie donne non si muovevano pi. Finch un giorno il fenomeno si ripet. Era arrivata lestate, e stavolta osservavo la mummia dai capelli rasati. La fissavo ormai da un quarto dora quando allimprovviso vidi me stesso sui prati di Carmela. Che ci facevo lass? Perch quel posto? La mummia stava falciando in alto, dove i pascoli saggrappano alle rocce e le spingono verso il cielo. Anche lei, come laltra, era una donna bella.Teneva le gonne annodate sopra i fianchi e menava la falce come o forse meglio di un uomo. Stavolta i miei turpi amici non cerano. Si pales invece il vecchio dellaltra volta, che lavvicin da dietro afferrando anche lei per le spalle.Nella visione ricordo il caldo soffocante ed i prati arsi di calura nel tremolio dellaria. Le vette di rocce acuminate parevano argento, e tremolavano anchesse dentro una specie di azzurra vibrazione. Attorno non vi era anima viva, tranne un corvo imperiale che faceva cra dalla cima di un picco.Pareva un mondo irreale, un posto misterioso di un altro pianeta, dove tutto era immobile e si faticava a respirare.Il vecchio, come ho detto, gir bruscamente la donna verso di s, e io mi trovai di nuovo il volto della mummia che mi fissava. Per la seconda volta vedevo il vecchio che afferrava una donna e la tirava a s. Allora mi domandai chi fosse. Ora devo dire comera perch luomo misterioso torner con la terza mummia. Un vecchio alto e magro, con la barba bianca ma non lunga. Aveva un naso sottile e ricurvo simile al becco dei gufi e due occhi infossati e vivi come braci ardenti. Portava capelli rasati, candidi come neve. Gli partivano dalle sopracciglia, compatti e fitti che pareva indossasse una cuffia di lana bianca. Questo era il vecchio, e mi impression moltissimo. Osservandolo, ricordai ingialliti ritratti di alcuni antenati che mio padre teneva in casa, appesi nella camera da letto. Uno di quei volti mi riportava al vecchio delle apparizioni, ma non ero sicuro. Da allora erano passati tanti anni. Forse erano soltanto impressioni, ricordi nebulosi e inquieti di un bambino maltrattato. A questo punto qualcuno potrebbe dire: Basta andare nellantica dimora dove sei nato, e controllare i ritratti degli antenati e verificare se qualcuno assomiglia al vecchio dei sogni a occhi aperti. Credete non vi abbia pensato? Lo avrei fatto. Ma mio padre, molti anni fa, accumul in cortile tutti quei ritratti di vecchi dagli sguardi folli e li incendi cospargendoli col petrolio che teneva per levarmi i pidocchi.Vers lintera boccia e accese il fal. Non seppi mai perch lo fece. Nemmeno glielo domandai. A lui non si poteva chiedere perch facesse quella o quellaltra cosa. A mio padre era vietato fare domande. Se qualcuno sazzardava pagava caro.Dal giorno della visione estiva, cercai di concentrare tutta lattenzione sulla terza mummia, lunica che ancora non mi aveva portato niente. Appena trovavo tempo e voglia, la sistemavo davanti a me, mi ci sedevo di fronte e la fissavo.A volte anche unora di sguito, ma non succedeva niente.Andai avanti mesi con la speranza capitasse qualcosa, sinnescasse il meccanismo che portava visioni. Ma la signora secca rimaneva immobile, non dava alcun segno. Da lei niente messaggi n sogni a occhi aperti. Nulla di nulla. Nel frattempo, dopo lunghe camminate tra i monti e ulteriori finiture alla baita, seguitavo a riportare su quaderni ogni taglio e segno delle mie donne. Ne avevo riempiti una trentina, di quei quaderni, ed erano soltanto le brutte copie. In sguito li avrei tradotti in bella. Ma prima dovevo conoscerli bene, quei segni, volevo riprodurli sempre pi perfetti in modo da impratichirmi per bene. Soprattutto memorizzarli, tenerli fissi nella mente. Mi tormentava sempre lincubo che un incendio, un furto od un ci che volete mi privassero di quei tagli che per me erano documenti, scrittura, racconto, testimonianza. Erano, nei miei sospetti, la storia di quelle donne. E allora mi dicevo: se li imparo a memoria come ho imparato le lettere dellalfabeto, nessuno me li toglier pi dalla testa. Questo pensavo. Riporli al sicuro nella cassaforte della memoria. Ma non bastava. Per ricopiare in bella copia ogni mummia, mi servivano tre quaderni completi.Pagina pi pagina meno, trecento facciate di fogli senza righe.Con santa pazienza, misi in bella ventisette quaderni, quindi le avevo ricopiate ognuna tre volte. Non era male.
Cominciai cos, un po per volta, a pigliar dimestichezza con quelle sillabe sconosciute, quei tagli e ghirigori che tatuavano in profondit i corpi delle mummie. Mi sorse nel frattempo un altro dubbio. E se putacaso mi avessero rubato i quaderni? Un furto mentre ero da qualche parte o, come ho detto, un incendio o qualche altra diavoleria, come avrei fatto? Mi risolsi a nasconderli in vari posti, in modo da dividerli e, nello stesso tempo, porli al sicuro. Ne presi nove, tre per ogni mummia, e li ficcai sotto unasse del solaio, nella vecchia casa in paese. Avvolti per bene in tela cerata, li misi in una scatola di latta prima di affossarli in quella tomba di legno, sulla quale per tre secoli avevano rimbombato i passi degli antenati. Altri nove li nascosi dentro un mastodontico albero cavo. Salii al suo interno per due metri e li fissai con delle cinghie. Come gli altri, ebbi cura di porli in una scatola metallica a tenuta stagna. Me le ero procurate da un ferramenta, quelle cassettine, andavano bene per tanti usi.Gli altri nove li occultai nella parete della baita, scavando un buco nel muro, accanto a quello contenente il bussolotto col becco del corvo imperiale. Ovviamente ripresi a copiare le mummie su altri quaderni. Prima in brutta, poi in bella, pazientemente, senza stufarmi mai. Quando sentivo la stanchezza premere alle costole e negli occhi, smettevo, dedicandomi ad altro. Intanto pensavo alle fotografie da scattare.Le dovevo fare io, evitando di coinvolgere altri per non far trapelare nulla. Un giorno decisi. Calai a valle e mi recai nella citt vicina, dove sono famosi per forgiare coltelli, asce, zappe, badili e roncole. Ci ero andato una volta con mio nonno che cercava un buon coltello per ammazzare un tipo. Forse disse cos allo scopo di spaventarmi ma non mi spaventai. Continu dicendo che un uomo deve sempre tenere in tasca un coltello affilato. Visto che la regola  questa sentenzi, deve essere un coltello buono. Da quella volta lo porto sempre anchio. A proposito, quel tipo che diceva, fu trovato morto accoltellato. Nella citt cercai un fotografo e gli spiegai che volevo imparare i rudimenti della sua arte. Fece una faccia schifata, come per dire mi vuoi rubare il mestiere? Capii il suo cruccio e lo tranquillizzai:
Voglio solo addestrarmi un pochino per ritrarre alcuni alberi antichi che stanno per crollare. Lo faccio per tenere un ricordo, nientaltro. Questo dissi al fotografo. Che parve convinto della mia balorda missione.
Non si pu imparare in quattro e quattrotto disse. Se vuol apprendere qualcosa dovr tornare pi volte.
Torner risposi. Torner senzaltro. Intanto mi dia qualche nozione. Visto che sono qui mi secca sprecare un viaggio.Dico la verit, fu molto gentile e paziente. Mi fece impugnare un apparecchio; piuttosto semplice, disse, ma per me non lo era. Pass a spiegarmi come inserire il rullino di pellicola nella maniera esatta. Non fargli assolutamente prendere luce mi ammon con lindice per aria a mo di minaccia. Poi spieg per filo e per segno come agire sul pulsante, dopo ovviamente aver messo a fuoco il soggetto. E adesso prova a ritrarmi disse offrendosi come cavia.Montai il rullino, misi a fuoco e scattai.
Quando torna le far vedere ci che ha combinato scherz.
Senza quasi rendermene conto, scoprii che stavo pigliando passione per quel lavoro incredibile che permetteva di riportare su cartone paesaggi e persone meglio di come avrebbe fatto un pittore virtuoso. Verso la fine, il fotografo si sofferm a lungo sul fattore luce. Seguitava a dirmi che non si lavora con lapparecchio ma con la luce. E avanti per mezzora a magnificarmi il valore della luce. Pareva fosse la sua amante. Notai che quando parlava della luce, gli si illuminavano gli occhi. E poi li gonfiava come un pazzo. Forse era pazzo di luce. A ogni modo a me andava bene cos, visto che si prestava ad impartirmi i rudimenti della fotografia.Poi mi venne lidea di provocarlo. Dissi: Io faccio lintagliatore di tronchi, scolpisco con sgorbie, scalpelli e mazzuolo, non con la luce.
Divent serio e mi fiss. Se dice questo sentenzi, non sar mai un bravo scultore. Si ricordi che si scolpisce con la luce, non con gli attrezzi.  la luce che fa tutto.  lei che dice dove togliere e dove lasciare. E qui mi fermo. Per oggi ha imparato abbastanza. Quel suo discorso mi fece riflettere, poteva avere senso, anzi, lo aveva. A me per la luce non interessava, mi interessava imparare a far foto per ritrarre le mummie, ed ero deciso ad andare fino in fondo.Ma, cera un ma. Mettiamo che avessi imparato a fotografare, si poneva un altro problema. Si trattava poi di sviluppare le foto. Mica potevo delegare a lui il compito. Avrebbe scoperto lesistenza dei cartocci umani. Diventava necessario imparare anche lo sviluppo. E ora come facevo a dirglielo?Avevo appena mentito raccontando che intendevo soltanto fotografare vecchi alberi. Vado da un altro pensai.Poi dissi no. Luomo che avevo davanti mi sembrava ben disposto nei miei confronti. Non era facile trovarne un altro simile. Decisi quindi di rimandare la richiesta di istruirmi anche sullo sviluppo. Cos, con quattro calate nella citt dei coltelli, appresi con sufficiente sicurezza larte della foto. La quarta volta presi coraggio e dissi: Vorrei sviluppare le mie foto, mi potrebbe dare lultima spinta?. Si fece serio. Disse: Lo sviluppo  lavoro complicato, ci vogliono acidi, una stanza buia, carta apposita, diavolerie che le dir in sguito. Per, visto che abbiamo fatto trenta possiamo fare trentuno. Ci vollero parecchie calate, se non sbaglio sei, per apprendere alla meglio i complicati passaggi a traslare su carta le foto. Devo dire che il fotografo mi aiut con pazienza e metodo. E non ho paura di affermare che, alla fine, tra di noi era nata una certa amicizia. Tanto certa che quasi pensai di affidare a lui lo sviluppo delle foto. Ma non mi fidai fino a quel punto. Meglio che nessuno sapesse niente. Cos, per un mese, andando su e gi, dai monti alla citt dei coltelli, mi impossessai abbastanza dello scatto e dello sviluppo. Per non dimenticare, segnai i passaggi salienti su un quaderno. Ho questa mania di fissare le robe importanti su carta. Quella rimane a far memoria. Anche se a volte, certe cose  meglio non rimangano su niente, nemmeno nei ricordi. Ma in quel caso io non le scrivo e, se le scrivo, poi brucio tutto.
Il fotografo disse che se ero daccordo mi vendeva a pochi soldi una vecchia macchina ancora buona, che faceva ottime foto. Ne vendeva anche di nuove ma, molto onestamente, mi sconsigli di fare tali acquisti. Il mio amico disse che poteva anche affittarmi la macchina con la quale mi ero impratichito. Io per volevo averne una tutta mia e mi risolsi a comprarne una usata. E qui, a questo punto, mi balz davanti inesorabile un problema cui non avevo pensato.Ed era il pi grosso. Scoprii che non avevo soldi. Quantomeno non abbastanza. Tranne un piccolo gruzzolo che avevo nascosto nella casa vecchia, altro non possedevo. Tenevo da conto quel denaro come una reliquia, lo usavo appena per mangiare e per qualche bottiglia. In quel momento capii che per scoprire il segreto delle mummie, avevo bisogno di parecchio denaro. Dovevo acquistare libri di scritture antiche, consultare documenti, frequentare studiosi e biblioteche, musei. Insomma, sobbarcarmi viaggi. Per accedere ai luoghi dove pensavo di trovare qualche aiuto mi servivano soldi. E non ne avevo. Per qualche minuto precipitai nel panico.Decisi di prenderla con calma e rifletterci su. Riflettei un giorno intero. Potevo vendere la casa vecchia in paese, ma chi la comprava? Non era facile trovare un acquirente. E comunque, non lavrei venduta. Troppi ricordi, troppo dolore, violenza, tristezza e silenzio tappezzavano quei muri.Non potevo disfarmene per quattro soldi. Inoltre, ero sicuro che chi lavrebbe abitata si sarebbe tirato addosso grossi problemi. Sarebbe stato bersaglio di ogni tipo di incidenti e disgrazie. Una maledizione eterna dimorava l dentro.Dimorava ovunque uno di noi, intendo della mia stirpe, avesse vissuto. Anche solo per un giorno. Ci trasciniamo dietro il male come una pesante catena sferragliante, e ogni tanto seminiamo un anello qua e l. Anelli di dolore e morte che poi si riuniscono a formare unaltra catena. Chilometri e tonnellate di catene senza fine. Venisse il demonio a prendermi e farmi sparire! Al di l di queste riflessioni, non mi sarei mai separato dalla vecchia casa dellinfanzia e del dolore.Ma nemmeno sarei tornato a viverci. Mai pi un fuoco a scaldare quei muri impregnati di maledizione. Allora che potevo fare per raggranellare un po di soldi e finanziare le mie ricerche? Non sapevo proprio dove battere il muso. A ogni modo pagai subito met macchina fotografica e una provvista di rullini, con la promessa che sarei tornato a saldare appena potevo. Dovevo fare in fretta, se avesse nevicato forte, risultava difficile muoversi dalla baita. Intanto che risalivo in corriera verso il paese, pensai che una stanza della casa vecchia poteva benissimo prestarsi a camera oscura per sviluppare le foto. Finalmente ero al completo, avevo lapparecchio, una ventina di rullini e lo studio per agire indisturbato.Quello che non avevo erano i soldi e non sapevo come fare a procurarmeli. Ma io sono abituato a ragionare adagio, a non perdere la calma e non cadere in disperazione.Intendo la disperazione degli affari andati male, delle difficolt pratiche, delle ansie da povert e bisogno. Questo intendo. Perch nella vita interiore, quella mia intima, sono sempre stato disperato. Gi da piccolo venni colpito e travolto dal dolore insopportabile ed insopprimibile dello sconforto.Tutto spinto dallo strato pi alto. Mi rassegnai presto.Ora convivo con la mia disperazione come fosse la compagna di vita. Una compagna che non amo.
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CAPITOLO 10. Preparativi.
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Arrivai sui monti appena in tempo. Il cielo cominci a farsi cagliato, il freddo cal di colpo, apparvero le prime folische.Parevano mandate da qualcuno in avanscoperta per preparare il terreno a ricevere la coperta bianca. Vorticavano qua e l, sperdute, indecise, poi sparivano. Il giorno dopo nevic e mi trovai isolato dal mondo. Da mangiare ne avevo, da bere idem. Se il vino fosse finito, cera lacqua che usciva dalla roccia a dissetarmi. Quella bastava. Lacqua toglie la sete, il vino la aumenta. Ti ubriaca, fa star bene, fa vedere cose che non esistono, ma non disseta. E una volta passato leffetto, la paghi cara. Era quasi andato via febbraio che venne altra neve. Adesso avevo tempo per pensare. Mi venne in mente lesserino che su, alla Cuna dei Morti, traversava nel suo moto perpetuo la pozza dacqua nelle vscere del monte. Chiss se al disgelo di primavera lo trovavo ancora vivo. O se non lo trovavo affatto. Le vite minime non durano a lungo, scompaiono senza preavviso.
Era caduto un metro di neve, tutto divent alto e bianco.
Il mio caro abete stava completamente sommerso. Sotto i rami sfiancati dal peso ci si poteva infilare e raggiungere il tronco. Ci entrai. La neve entr anche lei nel bavero della giacca raggelandomi il collo. Fissai il ramo scortecciato dal corvo imperiale. Guardai la resina per terra, indurita dal gelo, ossidata dal tempo, colorata di mistero. Un po di quellessenza la conservavo nella ciotola sulla mensola del camino.
Anche se era quasi andato via febbraio, sentii il peso e il silenzio dellinverno cadrmi addosso come una valanga di neve bagnata. Venni seppellito e congelato. Che ci facevo lass, da solo? Perch non mollavo tutto, bruciavo la baita con le mummie e me ne andavo in citt? Magari nella citt dei coltelli a fare un lavoro qualsiasi. Potevo, alla disperata, dare una mano allamico fotografo. Non avrei preteso nulla, tranne una cameretta, un pasto al giorno e un litro di vino. Meglio due. Facile a dirsi, a farsi, meno. Non potevo mollare tutto, le mummie mi obbligavano a restare.Ero incatenato a loro. Lho detto tante volte, le donne secche gridavano vendetta, giustizia, verit. Insomma, linsolita scoperta mi inchiodava alla baita come Cristo in croce.E allora stavo l, in quel luogo maledetto pieno di tormenti.Con la neve che copriva il mondo non potevo nemmeno muovermi. Ma non mi annoiavo. Avevo tre donne ed una cerva a tenermi compagnia. Con loro conversavo. Le mummie, quando le fissavo mi creavano visioni, si muovevano, parlavano. Almeno cos mi pareva, so benissimo che erano allucinazioni.
Intanto il tempo passava, andava di fretta. Angosciato e tremante, facevo avanti indietro, come uno che ha perso il portafoglio e saffanna a cercarlo. Riflettevo molto. Il tempo lass filava la lana dei giorni sullarcolaio delle stagioni.Il ritmo inesorabile della natura svolgeva il suo gomitolo.Sentivo la sera venire dai boschi carichi di neve. Una volta mi rallegrava, ora mi rendeva triste. Passavano alla sera i fantasmi della vita. Raccoglievano le voci del dolore e della morte e le trascinavano via. Ma quelle tornavano a farsi sentire. Le voci non si consumano, durano pi delle montagne. Le voci non si spengono. Allora dovevo accettare i fatti senza lamenti n ricordi di quel che era stato.Altrimenti mi sarei ucciso. Stavo invecchiando pieno di odio e rancore. Come del resto ero vissuto. Si profilava una triste vecchiaia. A meno che non scegliessi dinterromperla.Mi piaceva lidea di farmi fuori, andarmene da questo mondo senza senso. Dopo la soluzione al mistero delle mummie, se mai ci fosse stata, potevo benissimo sparire.Di mia scelta, intendo. Sulle spalle del passato stava piantato il mio volto, su quelle del futuro no. Bastava attendere, sarei stato decapitato dal tempo, ghigliottina degli esseri umani. Ma era meglio anticipare che vivere cos. Io, caso raro, non rimanevo nel ricordo di nessuno. Non avevo pi parenti. Guardavo indietro e non trovavo memoria di momenti felici. Allora mi accucciavo accanto alla cerva e piangevo in silenzio. Stavo davvero invecchiando male, non ho mai pianto, io. Sapevo benissimo che niente sarebbe tornato a consolarmi. Avevo soltanto ricordi malati di dolore. A volte, ma molto raramente, rammentavo qualcosa di buono rubato alla vita pi per caso che per volont. Sprazzi di luce, quando ero bambino. Subito dopo tornava il buio.Dolore e malessere erano presenti ovunque. Mi fasciavano come la neve circonda lalbero. Eppure ogni tanto balenava qua e l, nella memoria, qualcosa di allegro se non proprio felice. E allora, in attesa che tutto finisse, mi aiutava ritornare a quei momenti. Ma erano pochi, stavano sulle dita di una mano. Poi svanivano. Pensavo ai nostri volti, che si scioglieranno come neve al sole. Assieme a quelli di amici e parenti. Ragionavo cos, dimprovviso mi tornavano in mente i volti delle mummie. Quelli non erano svaniti.Seppur deformati e scomposti dalle tenaglie del terrore erano l che fissavano il passato, in attesa che qualcuno lo svelasse. Le loro orecchie mi sentivano e io credevo udire i battiti di quei cuori disseccati. Allora mi dicevo: Nulla di noi scompare del tutto. Poi mi chiedevo:  proprio necessario che qualcosa di noi rimanga a futura memoria? A che pro?. Desiderare di essere ricordati  solo vanit. Una vanit ignorante e spocchiosa. Intelligenza significa sparire, annullarsi, spazzarsi via, essere dimenticati. Non solo dopo morti ma ancora da vivi.
Per gente come me, stare qui  un inferno. Ho letto molto perch quando leggevo uscivo dal mio inferno. So di scrittori geniali che volevano sparire, non essere neppure nominati.Ce lhanno messa tutta per cancellarsi senza riuscirvi.La gente li ricordava nonostante i loro sforzi. Alcuni sono morti in manicomio. Uno lo trovarono il giorno di Natale con la faccia nella neve nel manicomio di Herisau, in Svizzera. Altri si ammazzarono. E ancora il mondo li ricorda.Ecco perch dico che non tutto di noi scompare. Finch c gente, la gente ricorda. E tramanda nella memoria racconti di uomini, animali e paesi. Non vi  scampo, si esiste anche dopo morti. Perch esiste chi ci ricorda. Magari con odio. Amen.
La neve mi aveva bloccato in baita. Potevo muovermi solo l intorno a meno di non usare le ciaspe. Col badile avevo aperto sentieri per arrivare alle cataste di legna. E al filo dacqua che sortiva dalla roccia. Per far passare il tempo, seguitavo a ricopiare sui quaderni i ghirigori che istoriavano le mummie. La cerva mi teneva compagnia. Nella meda che avevo costruito vicino allabete bianco cera fieno a sufficienza. Avevo cataste di libri, non solo di legna, ma in quel periodo leggevo poco e niente. Troppo occupato a leggere le mummie. Visto che disponevo di tempo tentai una cosa assurda. E, proprio perch assurda, poteva anche riuscirmi. Cercai di associare una sillaba ad ogni segno inciso sul corpo delle mummie. A segno uguale lettera uguale.Mi ero illuso che, prova e riprova, sarei riuscito a trovare la chiave. Andai avanti giorni e notti, a lume di candela e petrolio senza venir a capo di nulla. Cambiai centinaia di volte lassociazione fra lettere e segni sui corpi, ma nemmeno una parola emerse dal buio di quella lingua sconosciuta.Dico lingua perch ormai ero convinto che quella che istoriava i corpi fosse una scrittura. E che volesse a tutti i costi farsi leggere per raccontare qualcosa. Allennesimo fallimento mi fermai. Era un lavoro noioso che non fruttava. Nel frattempo nevic ancora. Con pazienza seguitavo a mandare a memoria i segni che tatuavano le mummie.
Una mattina pensai di mettermi le ciaspe e salire alla Cuna dei Morti a constatare se il mio amico vermiciattolo fosse ancora vivo. Fattomi appena fuori di porta rinunciai.La neve era troppa sia per me che per le ciaspe. Meglio aspettare primavera. Da fare ne avevo fin troppo, non mi sarei certo annoiato. Cos, nel tempo che avanzava dallo studio sui corpi delle donne, ripresi a fare qualche scultura.Sempre donne, di acero, sulle quali, una volta finite, infierivo a colpi di roncola. Come ai vecchi tempi. Mi toccava lasciarle bianche, nel colore originale dellacero. Non avevo, lass, vernice rossa per sporcarle a mo di sangue.Mi ripromisi di procurarmela, senza sangue non mi piacevano.Un giorno che ero di buonumore, scolpii il muso della cerva a grandezza naturale. Mi riusc perfetta e su quella non mi scagliai con la scure. E nemmeno con la roncola.Volevo bene alla mia cerva. Era una creatura benedetta che mi aiutava.
Quellinverno intagliai una ventina di donne, tutte nel candido acero. Le accatastai sotto labete, vicino al tronco, affinch prendessero lossigeno delle stagioni. Ero certo che nessuno le avrebbe sottratte e portate via. Non era facile arrivare fin lass e, a dirla tutta, non esisteva anima che volesse avvicinarmi. In paese sapevano che non ero tipo facile.Tantomeno da chiacchiere. Stavano alla larga dalla mia faccia e dai miei fucili. Non avevo pi nulla da perdere. Mai avuto, niente da perdere, manco da giovane. Io sono nato morto, e vissuto morto, devo soltanto cadere ma sono spirato da tempo. Quindi, se qualcuno mi giocava brutti scherzi, gli sparavo in faccia. E laggi lo sapevano bene. Bastardi, falsi e traditori. Lontano da me quella gentaglia. Io rivelo ci che sono, confesso di essere una porcheria. Non distribuisco falsi complimenti n salamelecchi a nessuno. Ma nemmeno tradisco e parlo male alle spalle. Come fanno quelli laggi, al paese. E, badate, tutta gente che va a messa la domenica, sinchina davanti al prete. Reverendo di qua, reverendo di l, mi scusi, ha bisogno di qualcosa? Ipocriti e falsi. Puh!Ci sputo sopra a quelli. Ma ora basta perder tempo con il niente, torno alla mia storia. Intanto che intagliavo donne di acero mi balen unidea che reputai geniale. Anche se io di geniale ho ben poco, quella volta ne ebbi. Decisi di scolpire le tre mummie e riportare sui corpi di legno tutti i ghirigori che le ricamavano come i tarli ricamano i tronchi degli antichi frassini. Era davvero una grande idea. Quelle potevo farle vedere. Potevo dire di averle scoperte in qualche soffitta.Le avrei fotografate ed avrei mostrato quelle foto agli esperti per chiedere lumi.
Ero contento di tradurre su legno le mummie, anche se si trattava di un compito difficile, lungo e complicato. Prima occorreva trovare i tronchi giusti. Dovevano essere marron scuro, tipo cuoio secco. Decisi per il carpino nero, che chiamano cos ma in realt  color nocciola. Ed  torturato, contorto, pieno di bugne ed ossa che premono sotto la pelle.Come appunto le donne secche. Per quellinverno avevo da fare, la novit mi rese un po dallegria. Il giorno dopo calzai le ciaspe e partii in cerca di carpini. Su un foglio di carta avevo disegnato sommariamente la sagoma delle mummie.In questo modo potevo scegliere tronchi che un po assomigliassero alle donne. Li individuai tutti e tre ma ci volle fino allimbrunire per portarli gi. Li segai con cautela, uno alla volta e con la corda li trascinai a baita.
Scolpire le mie donne fu impegno non da poco ma di grande soddisfazione. Cominciai con la pi giovane. Intagliai il suo corpo preciso e finito, poi sgorbiai con la massima fedelt le incisioni. Pareva quasi loriginale. La seconda fu quella dai capelli rasati. Giravo e rigiravo il suo corpo badando a non danneggiare il fiore di legno che teneva infilato nel sesso. Arduo fu proprio scolpire quei fiori dal volto maschile. Devo dire che non mi riuscirono come avrei voluto.Erano troppo perfetti, troppo difficili da ripetere.Colui che li aveva intagliati prima di infilarli tra le gambe delle donne era un virtuoso senza pari. Da rimanere attoniti.Mi ritenevo capace di scultura, e lo ero. Ma, rispetto a quello, diventavo un principiante. E un po ne risentii. Alla fine mi risolsi a intagliare la terza mummia. E qui capit quello che con lei non era ancora capitato. Lavevo posizionata pi volte davanti ai miei occhi, fissandola e concentrandomi il pi possibile, ma non era successo mai niente. Nessuna visione macabra veniva a spaventarmi. Piuttosto avvilito avevo rinunciato. Io, per vivere ho bisogno di star male, di aver paura. Ma non cera niente da fare. Conclusi che quella non suscitava alcuna apparizione. Invece sbagliavo. Era soltanto questione di tempo.
Piano piano iniziai a sbozzare il tronco di carpino scuro e poi lo rifinii fino a cavarne la sagoma perfetta. Quando fui ai dettagli, mi concentrai sul volto della mummia. Sentii immediatamente che qualcosa non andava. O meglio, stava avvenendo un cambiamento. La donna con le trecce rosse inizi a muoversi. Fu come si svegliasse da un sonno millenario.Lentamente si contorse, drizz il collo, stiracchi braccia e gambe ed emise un sospiro come una minaccia.Sentivo scricchiolare ossa e giunture come quando si calpesta una vecchia gerla. Alla fine si lev in piedi. Si mosse con passi a gambe larghe causa il fiore che la intralciava. Mi fiss con occhi cos duri e spietati che sentii mancare il fiato.Savvicin lentamente fin quasi a toccarmi. Ancora mi trapanava gli occhi con i suoi che alla fine dovetti chiuderli.Ma li riaprii un attimo dopo. Stava davanti a me impassibile, tremenda. Fiera del suo orrore, seguitava a fissarmi.Abbassai gli occhi perch mi accorsi che si stava levando il fiore di legno. Me lo porse decisa, come a dirmi: Devi prenderlo.Ma non lo presi, mi faceva ribrezzo. Lei seguitava a puntarmi quel fiore sul muso, determinata a farmelo cogliere.Fu a questo punto che la paura aument. Mi parve, e sperai fosse un abbaglio, che quel volto al centro del fiore fosse il mio. Insomma, assomigliasse a me. Arretrai spaventato e nella marcia indietro inciampai in qualcosa cadendo di schiena. La mummia abbass la testa per guardarmi dallalto. Ebbi la certezza che provasse per me un disprezzo senza confini. Poi, con grande lentezza, si infil di nuovo il fiore nel posto dove stava da centocinquantanni e si gir di schiena. In quel momento mi svegliai dal sogno a occhi aperti. E se qualcuno non ricorda, ripeto che in quei momenti non dormivo affatto, ero sveglio, lucido e cosciente.Avevo visioni da paura senza lausilio di alcun sonno. Cercai di alzarmi accorgendomi che il tronco dellinciampo era la mummia che stavo scolpendo. Quella vera stava esattamente dove lavevo collocata per copiarla. Non si era mossa di un millimetro anche se lavevo vista camminare a gambe larghe. Mi convinsi che in certi momenti la mia testa usciva dal sentiero procurandomi allucinazioni.
Avrei voluto riprendere il lavoro dei segni ma, per quel giorno, non trovai pi coraggio di guardare in faccia la mummia.Per la guardai da unaltra parte. Mi inginocchiai davanti al suo ventre secco, con gli occhi fissi a scrutare il fiore.Volevo accertarmi se davvero il volto mi assomigliava.A dirla tutta, mi resi conto che non avevo mai avvicinato a fondo quei fiori mostruosi. Li avevo osservati con curiosit,  vero, ma non con la dovuta attenzione. Nemmeno quando li avevo riprodotti nelle mummie di legno. Anzi, quelli da me scolpiti non somigliavano per niente agli originali.Li avevo fatti cos, un po a caso, a me interessavano i segni sui corpi e i corpi stessi, non i fiori. Insomma, mi inginocchiai davanti alla mummia per capire, verificare, rendermi conto. Avvicinai il fiore che quasi lo toccavo col naso.Osservai a fondo quel volto nascosto tra i petali. Era un uomo triste, come se avesse pianto. Ormai vivevo sul bordo di un precipizio. Da un momento allaltro aspettavo lo spintone che mi buttava di sotto. Quasi ogni giorno venivano a visitarmi fatti, sensazioni, riflessioni da lasciarmi muto di spavento.Non avendo paura di morire, anzi, vedendo la morte come una liberazione, non temevo malasorte n disgrazie.Ma, nel caso delle mummie, percepivo, o meglio, ormai ero sicuro, che qualcosa di potente si stava accumulando sopra la mia testa, i boschi e le montagne. Qualcosa che prima o dopo doveva scoppiare e cadere in terra devastando non solo me ma lintera valle. Questo pensavo e temevo. Allo stesso tempo, ero curioso di sapere quale dinamite caricava levento che doveva esplodere. Volevo al pi presto udire la deflagrazione, vederne gli effetti. Il fiammifero per la miccia, ero convinto, stava nel decifrare la grafia sui corpi delle mummie. Poi mi sorgevano dubbi. E se quei segni, quei ghirigori, tutti quei tagli non volessero dire un bel niente?Se fossero stati soltanto lo sfogo sadico e senza logica del misterioso intagliatore? La cosa sarebbe finita l e forse sarebbe stato meglio. Invece no. Sentivo nellanima che cos non era. Con un certo timore, intuivo che la faccenda non sarebbe naufragata nel nulla. Questi pensieri inquietavano i giorni. Ma di che cosa avevo paura, in fondo? Di che mi preoccupavo? Fossi stato inghiottito dal male pi fondo non ci avrei rimesso niente. Al massimo crepavo. Come ho detto pi volte, la morte sarebbe stata la fine dei miei drammi.Nei momenti di pi alto sconforto, spesso speravo di imbattermi nel pivasn in pieno giorno. Volevo guardarlo in faccia una buona volta. Per crepare, finalmente. Ma aspettavo.Sentivo che qualcosa poteva succedere, che doveva succedere.E allora rassegnai il mio animo allattesa e mi disposi pronto a tutto. Ciononostante, tranquillo non ero. Finii di scolpire nei minimi dettagli la terza mummia. Poi passai a incidere i geroglifici. E qui capit un altro di quei fenomeni da spavento. Mentre riportavo fedelmente ogni segno dalla mummia vera a quella di carpino, quei segni mutarono di colpo. Singrandirono. Osservavo allibito. Diventarono valli, spaccature, voragini di profondit senza fondo, lunghezze senza fine. Erano tornate le visioni, ne ero cosciente e non potevo sottrarmi. Sentii che morivano in me le ultime forze. Seguitavo a vedere scene paurose create dalla mia testa che ormai sapevo perduta. Esploravo con gli occhi di un uomo smarrito quelle valli e quelle fenditure che pareva non avessero mai fine. Laggi, sul fondo di una di quelle larghe voragini, mi parve di intravvedere qualcosa. S, era un albero. Una pianta di grosse dimensioni. Accanto allalbero un uomo. Quelluomo allung dimprovviso un braccio verso il tronco. Almeno cos mi parve, giacch la distanza confondeva gli occhi. Forse cera una fessura nel tronco, perch luomo infil il braccio fino al gomito. Sembrava cercasse qualcosa ma poteva anche darsi vi avesse depositato qualcosa. Dopo un tempo che non ricordo, la visione spar e tutte quelle valli e spaccature e abissi senza fine tornarono a essere soltanto i segni intagliati sul corpo della mummia.Dissoltasi la visione, ripresi a tracciare sul corpo di legno la scrittura che istoriava la terza mummia. Segno per segno, taglio dopo taglio finch ebbi finito. Una volta terminato il lavoro, allineai tutte e tre le mummie sulla panca confrontandole con quelle vere. Rimasi molto soddisfatto. Se non proprio identiche assomigliavano parecchio. Ormai avevo preso gusto a scolpire quel tipo di donne e mi balen lidea di intagliarne altre. Prima per dovevo fare un bel po di foto delle mummie di legno, e svilupparle. Avevo bisogno di materiale fotografico prima di muovermi. Siccome avevo la certezza di non poter risolvere il mistero da solo, decisi che, con la dovuta cautela, avrei mostrato le foto a qualche professore. Oppure a qualcuno che se ne intendeva di lingue antiche o, alla peggio, che mi indirizzasse verso chi di dovere. Cominciava la parte pi difficile, lo sapevo. Intanto era la met di marzo, gli uccelli ticchettavano sui rami, alcuni cantavano al buio ma la neve non calava. Al mattino faceva freddo, di notte il manto bianco diventava marmo.Durante il giorno, un sole convalescente intiepidiva appena la natura congelata. Era debole ma al suo tepore qualcosa si muoveva. Dalle scandole del tetto sentivo bisbigliare le gocce del primo disgelo. Con voce flebile gorgogliavano nella grondaia, un acero perfetto di undici metri, segato per lungo e scavato a mano. Dalle montagne scendeva qualche pietra, cascate estenuate crollavano. Verso sera non udivo pi niente, tutto tornava ghiaccio.
Una notte cant il pivasn, ed ebbi paura. Stava, mi parve, tra i rami dellabete bianco, ma non mi fidai a verificare.La cerva drizz le orecchie fissando la porta. Non dormivo.
Guardavo tremolare il soffitto alla fioca luce della candela.Pensavo. Mentre il pivasn mugolava il suo piacere, passavo in rassegna la vita. Mi venivano in mente molte cose.Forse troppe. Qualcuna mi rallegrava. Come per esempio lamico vermiciattolo, sprofondato nella terra e nellacqua alla Cuna dei Morti. Chiss se era vivo. Provai tenerezza, roba non usuale in me. Il pivasn ancora mugolava. Volevo prendere la doppietta, uscire con la pila, puntarla in faccia alluccellaccio. E poi puntargli le canne e fare fuoco.Non mi fidai. E poi, che avrei ottenuto? Niente. Ne sarebbe arrivato un altro. I pivasn abitano zone fisse, stanno l, come un uomo ha la casa. Ma se uno scompare per qualsiasi motivo, al suo posto se ne fa vivo un altro. Sorgono dallombra, nel nulla, come creati dalle tenebre. Maledetti!Li farei fuori tutti.
Nei giorni che seguirono, la luce era chiara, il cielo azzurro e neanche una piuma daria. Portai allaperto le mummie ed iniziai a fotografarle. Una per volta, con calma e ragionamento.Prima tutte intere, davanti, dietro e di profilo.Poi nei dettagli. Mettevo in risalto ogni particolare di tagli, segni e sgorbiature di quella misteriosa scrittura. Aspettavo e cercavo la luce giusta in modo che venissero bene. Pi che altro puntavo alla nitidezza di ogni segno. Impiegai un paio di settimane, poche ore al giorno, solo con la luce giusta.Aveva ragione lamico fotografo quando diceva: Si fotografa con la luce, non con lapparecchio, si scolpisce con la luce, non con gli attrezzi. Quando ebbi pronto il materiale, calai in paese dove tempo prima, nella casa vecchia, avevo preparato una camera oscura. Traversai la strada principale e la gente mi guardava storto. Misi la mano in tasca a tastare se avevo il coltello. Cera. Entrai nella tana dellinfanzia e mi preparai al lavoro. Prima accesi la stufa, quella che mi aveva visto bambino e poi giovane e poi adulto. Risentire il canto del fuoco nella vecchia ghisa dopo molto tempo mi provoc un dolore al petto difficile da sopportare. Passarono i ricordi come ombre solide di un dolore lontano. Vidi la famiglia disgraziata, e mia mamma che accendeva il fuoco.Erano trascorsi tanti anni! L dentro non viveva pi nessuno se non la memoria di muri ammuffiti, dove aveva battuto il cuore dei miei genitori e prima ancora degli avi. Rimasi seduto su una panca, con la testa fra le mani a riflettere.Che senso aveva campare ancora? Che ci facevo io nella vita?Niente di niente. Non ero stato nemmeno capace di farmi una famiglia. Ma forse era stato meglio cos, che padre sarei stato? Che figli avrei messo al mondo? Come me? Mai.Io ero lultimo della stirpe, dopodich lestinzione della nostra disgraziata genia poteva dirsi compiuta.
Prima di iniziare il lavoro, rimasi alcune ore a pensare.
Ogni tanto mi alzavo a mettere legna nella stufa per sentirla brontolare ed asciugare i muri ammuffiti. Poi venne tempo di iniziare. Con pazienza, e quel poco che avevo imparato, sviluppai tutti i rullini traducendoli sullapposita carta datami dal fotografo. Non avrei mai pensato nella mia vita di maneggiare acidi e liquidi appositi lavorando al buio. E proprio pensando al buio in cui mi toccava operare mi venne in mente una cosa. Non era del tutto vero che per fare una foto occorresse la luce. Per portarla a compimento era necessario anche il buio. E decisi che quando avrei rivisto il maestro glielo avrei detto senza patemi, prendendomi una piccola rivincita. Procedetti nel lavoro con lentezza, ritardavo appositamente in modo da rimanere pi a lungo nella mia vecchia casa. Una volta sviluppate le foto, non restava che farle vedere a qualcuno che ne capisse di lingue misteriose e scritture antiche. Non sapendo da che parte battere il naso, tornai nella citt dei coltelli con il malloppo sottobraccio. Trattavasi di una vecchia cartella da scuola nella quale, oltre alle foto, avevo infilato uno dei quaderni sui quali avevo copiato i segni delle mummie. Mi recai dal fotografo amico e, dopo labbraccio, gli domandai se poteva aiutarmi nella ricerca. Chiesi se sapeva di qualcuno che sintendesse di lingue sconosciute.Se sono sconosciute non esistono rispose. Dopo la battuta continu dicendo che sullattimo non gli veniva in mente nessuno ma ci avrebbe pensato. Allora pensa dissi. Per incuriosirlo e convincerlo, tirai fuori dalla cartella la foto di un particolare colto sulla schiena della mummia giovane. Gliela mostrai specificando che era un dettaglio di certe sculture in legno che avevo trovato in un fienile. Luomo osserv a lungo quella foto. Alla fine alz la testa e disse: Pi che legno sembra pelle umana, pelle secca. Mi fissava.
No, no risposi imbarazzato,  legno, carpino scuro autentico.
Si tratta di sculture.
Sar disse lamico, ma a me sembra pelle umana.
No ripetei. Se non ci credi, ti faccio vedere la statua per intero. Detto questo, tolsi dalla cartella la foto di una mummia da me scolpita, che mi ero portato proprio nel caso gli fossero venuti dei dubbi. Ecco qua dissi.Osserv attentamente la statua della foto e brontol qualcosa.
Orrendamente bella, e pure la qualit della foto non  male.
Lho sviluppata io, come tutte le altre dissi, e volevo farti notare che per le foto non basta la luce, occorre anche il buio.
Sorrise. Poi disse: Quando ti servi del buio, la foto  gi belle fatta. Pronta e finita, solo da tirar fuori dal cassetto. Il buio serve a questo, a tirar fuori le foto dai cassetti, non altro.
Insistetti. Devi darmi atto, per tenere una foto in mano e guardarla,  necessario anche il buio.
Lasciamo perdere disse il fotografo. Quel che voglio dire lo hai capito, stai solo cercando una rivincita e io te la concedo volentieri.
Bene risposi, met ciascuno, e ora, se hai pensato, indicami qualcuno che possa decifrare questa lingua. Ammesso che di lingua si tratti.
Lamico pens un po e alla fine mi indic un professore che abitava accanto al suo studio. Digli che ti mando io brontol, ma non credo possa aiutarti.
Mi recai subito da questo professore che rimase esterrefatto di fronte alle foto e al quaderno. Una cosa indubbiamente molto interessante concluse. Ma non and oltre. Del resto, insegnava italiano e quello che gli sottoponevo non lo era di certo. Ma volle comunque aiutarmi. Mi parl di un amico archeologo che per viveva lontano nella Roma capitale.Potevo mandargli due righe e chiedere lumi in merito.Il professore verg lindirizzo su un foglio dicendomi di far presente che mi mandava lui. Tornai al paese e scrissi a questo archeologo infilando nella busta la solita foto. Lo pregai di rispondermi subito nel caso ci avesse capito qualcosa.Rispose dopo venti giorni, quando alla baita la primavera metteva fuori il naso e la neve gocciolava dalla grondaia.Avevo una cassetta per la posta, gi in paese, inchiodata alluscio di casa. Da quando avevo contattato larcheologo, ogni tanto scendevo a controllare se erano giunte sue notizie.Finalmente trovai una lettera. Il cercatore di passati remoti diceva che quella scrittura misteriosa lo interessava molto ma non aveva la pi pallida idea donde provenisse.Aveva consultato volumi di ogni tipo e percorso alcune biblioteche ma niente era emerso. Concluse dicendo che necessitava di ulteriore materiale, aveva bisogno di visionare pi elementi. Ne avrebbe discusso volentieri con me ma dovevo recarmi a Roma portando altre testimonianze, non ununica fotografia. Alla parola Roma la mia testa si irrigid.Mi sembrava cos lontana la citt di Roma che faticavo a immaginarla. E mettiamo che ci fossi andato, in che modo mi sarei orientato? Dove avrei dormito? Alberghi? Non avevo nemmeno un documento con la mia brutta faccia, i miei dati. Certo, potevo ottenerlo dal comune, ma non mi andava di bussare a quelle porte. L dentro cera gente che non mi piaceva, compresa unimpiegata che gli avrei volentieri tirato il collo. E come mi sarei mosso per andare a Roma?Lesistenza si complicava, me ne resi conto allistante. Ma giuro, non mi sfior nemmeno per un attimo lidea di mollare limpresa. Mettiamo che fossi andato a Roma dallarcheologo e che questi non fosse approdato a nulla, dove mi sarei rivolto? A chi? Magari lui poteva indirizzarmi a qualcuno.Certamente si trattava di tempi lunghi, forse anni.Viaggi, spostamenti, ricerche, pernottamenti, mangiare, pagare i consulti degli esperti. Insomma, una bella rogna e un bel dilemma. Tornava il problema dei soldi. Anche perch larcheologo nella lettera specificava che non si sarebbe impegnato gratis. Lei mi capisce concludeva, nemmeno il cane muove la coda per niente.
Dimprovviso decisi di calare a Roma. Io non scherzo, quando decido qualcosa nessuno mi pu fermare se non la morte o la brutta malattia. Sarei andato nella Capitale, a vedere larcheologo, portando con me un po di materiale.Chiesi in prestito qualche soldo a un conoscente di un paese vicino, pagare lesperto, mangiare un boccone e bere qualche bottiglia. Non certo per visitare monumenti o musei o, peggio ancora, San Pietro e Vaticano. A me di quelle robe non me ne frega proprio niente, ci vadano altri se vogliono.
E cos tornai nella citt dei coltelli per farmi aiutare nel viaggio dallamico fotografo. Mi spieg come dovevo fare, segnandomi tutto su un foglio di carta. Devo dire che tramite lettera avevo avvertito il cercatore di passati remoti che sarei arrivato il giorno tal dei tali. E cos, senza capirci niente, mi trovai a Roma. Chiesi indicazioni a vigili e persone, domandavo la via dove abitava il mio archeologo ma niente.Quelli non mi davano neanche retta, alcuni mi spedivano a quel paese, altri ridevano come matti. Finch qualcuno mi consigli di prendere un taxi e mi disse come fare. Lautista mi port dritto dove gli indicai, dove avevo da andare.Era un caos che non riuscirei a spiegare nemmeno in dieci anni. Mentre stavo seduto sul sedile dietro, mi venne in mente uno scrittore che avevo letto. Questo scrittore aveva detto: Se qualcuno va a Roma e non ha limpressione che quel che fa  ritornarvi, ha compiuto un viaggio inutile. Io dico la verit, questa convinzione non la provai, mi dispiace per lui ma cos non fu. Di sicuro non vi avrei pi messo piede. Incontrai larcheologo nel suo studio in un palazzo in pieno centro. Ero impressionato da tutte quelle automobili e rumori, suoni, colpi, auto che urlavano, gente che urlava.Urlate pure, dicevo tra me, non mi vedrete pi, non vi ascolter pi. Mi chiedevo come faceva la gente a vivere in quel posto. A ogni modo io dovevo discutere con larcheologo, non mi interessava altro. Era un uomo sui settanta con baffi bianchi e occhiali in punta al naso, e un cranio lucido che faceva luce. Alto che non finiva pi. Mi offr un bicchierino di acquavite che trangugiai dun sol colpo. Veniamo al sodo disse riempiendomene un altro. Non gli mostrai le foto intere delle mummie, solamente particolari ingranditi.Gli dissi che avevo trovato quelle scritture su vecchie pelli conciate, sbucate per caso dallintercapedine della soffitta.Era un uomo in gamba e lo capii quando disse: Non mi interessa dove le ha trovate e su che cosa, a me interessa la scrittura. Si aggiust gli occhiali e inizi lispezione.Con una lente ogni tanto ingrandiva dei segni. Gi che cero gli feci vedere anche il quaderno. Osservava e taceva. A un certo punto si alz, tir fuori da alcuni scaffali dei libroni che parevano messali. Torn sulle foto e inizi a consultarli.Pass alcune ore cos, testa china e lente in mano. Ogni tanto mi guardava e poi diceva: Si versi un po dacquavite.E tornava a studiare. Finii quasi la bottiglia e lui stava ancora a capo chino sulle scartoffie. Era quasi per imbrunire quando si alz e disse: Per me questa scrittura non esiste, almeno nelle mie conoscenze  una lingua che non ho mai visto riprodotta da nessuna parte. E badi che ho studiato anche la Stele di Rosetta e molti idiomi che si prdono sugli altipiani del Messico e in Per. Ma queste incisioni proprio non mi ricordano nulla. Non mi ci sono mai imbattuto, non le conosco. Detto questo rimise i tomi negli scaffali e concluse con un mi dispiace. Quando gli domandai il costo del suo impegno, spar una cifra che mi asciug tutto quel po che mi avevano prestato. Pagai senza fiatare, raccolsi le mie foto e lo salutai. Me le lasci disse. No risposi.Prima che aprissi la porta mi blocc e continu: Se trova altro materiale, pi leggibile o attinente a quello che mi ha sottoposto, me lo spedisca, tenter di capirci qualcosa. Non serve che torni a Roma di persona, nel caso manterremo un rapporto epistolare. Non mi vedrai mai pi pensai. Lo salutai e saltai gi, nel caos di automobili e rumori di ogni sorta. Quella notte dormii sotto un colonnato con dei barboni che mi imprestarono alcune coperte. Dimenticavo di dire che, prima del saluto finale, larcheologo mi aveva scritto su una carta alcuni indirizzi di gente che forse poteva aiutarmi.Erano dottori di ogni parte dItalia, da Bologna a Torino, da Napoli a Milano. Pensai: Se anche questi si fanno pagare come lui, faccio poca strada. Lindomani rimontai sul treno e tornai tra le mie montagne. Tra andata e ritorno, il prezzo del tecnico e un po di cibo che avevo comprato a un botteghino, ero rimasto quasi senza soldi. Tornando su, mentre guardavo filare la vasta campagna romana, piena di greggi e casolari lontani, ripensai al fatto che limpresa avrebbe richiesto una montagna di soldi. E io non ne avevo.Se il primo consulto aveva svuotato le mie tasche, figuriamoci il sguito. Fui preso da un avvilimento senza speranza e proprio mentre disperavo, mi sovvenne una memoria che, se andava a buon fine, avrebbe risolto tutto.
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CAPITOLO 11. Finanziamenti.
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Mi salt in mente unidea che altro non era se non il mezzo per fare un po di soldi. Ma per averli dovevano passare anni di impegni e fastidi che volentieri avrei evitato. Per me presentarmi in pubblico ben vestito e tirato a lucido era la cosa peggiore mi potesse capitare. Meglio sarebbe stato andarci agghindato da barbone ingrugnato e con locchio torvo. Per anche cos non cambiava nulla. Io della gente sento il cattivo odore nel naso e la falsit nellanima. Per questo non voglio nessuno intorno. Ma, al fine di scoprire il segreto delle mummie, ero disposto a tutto e mi adattai a fare il pagliaccio pubblico senza indugi. Allora, per raccontare dallA alla Z come ottenni un bel po di soldi devo tornare al tempo passato.
Mentre avvilito e senza una lira tornavo da Roma, sul treno pensavo alla mia vita. Dimprovviso ricordai un personaggio che era passato da me per caso parecchi anni prima.Anzi, ora che ci rifletto non era passato per caso. Lo aveva mandato qualcuno ma non volle dirmi chi. Questo qualcuno aveva informato il personaggio che in un paesino disperso tra monti ostili, viveva uno scultore che dava vita a figure inquietanti. E poi dava loro morte. Nel senso che una volta finite, le deturpava a colpi di scure imbrattandole con vernice rossa che sembrasse sangue.
Ebbene, quello che infieriva sulle statue ero io. Le sculture erano le mie donne belle e perfette, poi massacrate e stuprate dal filo dellascia. Ricordai quelluomo che si era definito mercante darte e che mi aveva proposto di fare delle mostre con le mie figure dilaniate. Lo avevo cacciato in malo modo. A me non interessava niente di fare mostre. Scolpivo donne belle nei tronchi degli alberi per avere la soddisfazione di macellarle con la scure. Perch le donne non le sopporto, le ammazzerei tutte. Prima di andarsene, il mercante mi aveva lasciato un biglietto da visita. Ora poteva tornarmi utile. Se la proposta era ancora valida e il progetto fosse andato a buon fine, potevo fare un po di soldi. Ma non sapevo nemmeno se il mercante era vivo. O esercitasse ancora. Decisi comunque di tentare. Scesi al paese, nella vecchia casa, a cercare il biglietto. Lo trovai sulla mensola del camino, coperto di polvere. Oltre allindirizzo cera un numero di telefono. Non telefonai. Gli scrissi due righe.Preferivo la lettera. In sguito, casomai, sarei sceso in citt a telefonargli. Se era ancora vivo. La missiva diceva questo:
Sono quello cos e cos, quello delle donne di legno scolpite e massacrate. Un giorno lei mi aveva proposto di farle vedere nelle mostre. A quellepoca non ero convinto, ora s. Adesso voglio fare quel che mi chiese a quel tempo lontano.Non per vanit ma perch ho bisogno di soldi. Se ricever questa lettera mi risponda per favore. Vergai il mio indirizzo, la chiusi e la imbucai. Prima di chiuderla aggiunsi:
Se  ancora vivo e ancora di quellidea, attendo sue notizie.Tentai il colpo senza minimamente sperare di ottenere risposta. Invece non passarono neanche quindici giorni. Mi recai al paese per le scorte. Sbirciando nella cassetta della posta trovai una lettera. Era sua. Sarebbe venuto di l a una settimana, a fare un primo carico. Sobbalzai. Aveva specificato anche il giorno dellarrivo. Si diceva contento della mia scelta, aggiungendo che non mi sarei pentito. Accenn a un luogo dove si sarebbe tenuta la prima mostra: Ferrara, Palazzo dei Diamanti. Bene. Di preciso nemmeno sapevo dove si trovasse Ferrara, ma in cuor mio accettai senza indugi. Gli scrissi che ero daccordo, lo aspettavo, facesse lui, decidesse lui. Si present il giorno stabilito, assieme a un tizio che guidava un furgone. Gli feci vedere le sculture.Tutte. Lo avvertii che ne avevo tante alla baita, le avrei tirate gi con la slitta pi avanti. Ne scelse, se non sbaglio, una quarantina, quelle che reput pi spaventose. Come per tranquillizzarmi disse: Non che le altre siano da meno, le teniamo per altre esposizioni. Il primo impatto per deve essere brutale. Lo pregai di fare tutto da solo, senza coinvolgermi troppo, ma su questo punto fu irremovibile. Disse:
No, caro mio, lautore di queste opere incredibili deve essere presente a ogni inaugurazione. Ne va delle vendite, la notoriet far salire i prezzi. Se non avessi avuto bisogno di soldi, lo avrei cacciato a pedate unaltra volta, invece non fu cos. Dovetti accettare la gloria. Anche perch il tipo minacci di non fare niente qualora avessi rifiutato di presenziare. Ma credo non dicesse sul serio. Ci teneva troppo a far conoscere i miei legni massacrati che lui chiamava opere. E io preferii non provocarlo oltre decidendo di andare a Ferrara. Organizz tutto e venne a prendermi in automobile.Mi trovai al Palazzo dei Diamanti, circondato da un trecento persone, vestite bene come non avevo mai visto.Eleganti signore mi venivano incontro a farmi complimenti.
Percepivo tutto il falso delle loro parole e le avrei strozzate.
Una, che forse aveva pi onest delle altre, mi disse:
Ma lei ce lha con le donne?.
S, con tutte risposi.
Si vede brontol andandosene schifata. Di l a poco torn.
Mi disse: Io scrivo poesie, tutte sugli uomini, ma non li faccio a pezzi come lei, sono poesie damore dove li esalto.
Mi aveva seccato e risposi: Signora, quando una donna non fa certe cose, o rompe i coglioni o scrive poesie. Adesso s che se ne and schifata davvero. Le altre intorno brontolarono si vergogni. Devo dire che nel complesso erano tutti, uomini e donne, estasiati e spaventati dalle mie sculture.Pensai che il male piace. Fioccarono richieste fin dal primo momento e i prezzi per me erano cos alti da non crederci.Non avrei neppure immaginato come scherzo di prendere tanti soldi per una scultura. E questo non  niente mi sussurr allorecchio il mercante, il bello deve ancora venire.Faremo soldi a palate.
E cos fu. Nella prima mostra vennero vendute una ventina di donne macellate con un guadagno che non sto a dire perch mi vergogno. Una montagna di soldi. Allora potevo iniziare le mie ricerche. Il mercante teneva per s un sessanta per cento, il resto andava a me. Disse che aveva spese notevoli a organizzare le mostre perci quello era il compenso giusto. A me andava pi che bene, non dovevo fare altro che scolpire donne deturpate per poi dedicarmi a decifrare le mummie. Devo dire che anche il solo quaranta per cento per me, che di soldi ne avevo sempre visti pochi, diventava una ricchezza. Fin da piccolo ero vissuto tra miseria e legnate, e quindi che si tenesse il sessanta per cento, non me ne fregava proprio niente. Soldi ora ne avevo abbastanza per il mio progetto, il resto non mi interessava. Erano affari suoi. Bastava mi facesse guadagnare il necessario per gli studi sulle mummie, e tutto sarebbe andato a posto. A me del denaro mi fregava meno di zero, ve lo posso giurare.
Da Ferrara in poco tempo si pass a Milano e poi Torino, Roma, Napoli eccetera. Producevo sculture a getto continuo e a getto continuo il mercante le vendeva. Di me cominciarono a parlare i giornalisti, che mi facevano domande alle inaugurazioni delle mostre. Io parlavo poco ma comunque qualcosa mi toccava dire. Quando tacevo troppo interveniva il mercante a cavarmi dimpaccio. Non che mi bloccassi, a parlare me la cavo benissimo, ho studiato leggendo libri a camionate, ma le chiacchiere pubbliche non mi piacciono.Che ho da dire io alla gente? Niente di niente.
Nel frattempo, con laiuto del mercante, cercai persone che potessero indirizzarmi a decifrare le maledette incisioni sulle mummie. Ovviamente facevo vedere solo i disegni, non le foto, men che meno i corpi veri. Nonostante gli sforzi non ci fu niente da fare, nessuno veniva a capo di quei segni.E io ancora peggio. Seguitavo a brancolare nel buio pi assoluto. Cominciai a disperare e lo feci per molto tempo.Intanto realizzai alcune mostre includendo tra i pezzi delle donne sfigurate anche alcune copie delle mummie scolpite.Per vietai di venderle ed il mercante non la prese bene. Molti acquirenti facoltosi volevano proprio quelle. Ma quelle erano propriet privata, roba mia, non le avrei cedute a nessuno.Per tacitare il mercante, promisi di scolpirne una serie e solo allora avrebbe potuto vendere le prime. Mi buttai cos sul lavoro. Durante le inaugurazioni, chiedevo ai presenti se conoscevano scritture pi o meno simili a quella che intarsiava le mummie di legno. Tutti, professoroni compresi, dondolavano la testa in segno di no. Non sorgeva nessuno da quella tenebra a darmi un po di luce. Cominciai a perdere fiducia. Decisi allora di mettere annunci sui giornali chiedendo aiuto. Pubblicai le foto delle copie in legno e delle pagine dei miei quaderni. Soldi ormai non mancavano, potevo permettermi le inserzioni che volevo. Non ottenni nulla. Si palesarono addirittura dei furbastri che asserivano di avere la soluzione in mano ma per darmela volevano congrui anticipi. Naturalmente non ci cascai. Uno di questi mitomani disse di aver interpretato i segni, e se pagavo mi dava la traduzione completa dallA alla Z. Tramite i giornali risposi che avrei pagato solo se prima mi consegnava la chiave di lettura. Non si fece pi vivo. Un altro confid di conoscere il segreto delle mummie ma per averlo pretendeva una parte consistente delle mie sculture. Risposi che avrei accettato solo se avessi avuto in mano le prove di quel che diceva.Ribatt che era meglio il contrario, io gli davo le sculture e lui mi rivelava i segni tradotti. Era lennesimo tentativo di truffa e lasciai perdere. Intanto seguitavo a esporre le mie opere. Il mercante era una macchina da soldi che non sinceppava mai. Inizi a vendere a prezzi esorbitanti anche i disegni che facevo. Ritraevo le mummie in mille pose e pure le donne massacrate. Producevo centinaia di schizzi e guadagnavo montagne di soldi. Ora ne avevo a sufficienza per iniziare le mie ricerche. E non finiva l. Ero diventato famoso, bastava vendessi due, tre pezzi di legno a mostra per incassare qualche milione. Il mercante gongolava, io stavo a osservare. Un giorno disse: C da fare il salto grande! Ho richieste dal Giappone, dallAmerica e da tante parti, bisogna traversare loceano.
Traversalo tu risposi, io sto sul solido. Non volevo andare da nessuna parte, men che meno troppo lontano. Mi piaceva stare nella mia baita e non altrove. Finch si trattava di muovermi in Italia poteva starci, magari anche la Svizzera, o la Francia, ma oltre no. Quando reputai di avere abbastanza soldi, decisi di intraprendere le ricerche sulle mummie.Il mercante poteva darmi una mano, conosceva un sacco di gente. Ci sar pur stato in Europa qualche esperto che venisse a capo della faccenda. Gli raccomandai dinformarmi immediatamente se fossero arrivate notizie positive.Provammo dappertutto ma non ci fu verso.
Assieme al mercante mi recai nelle isole Tremiti. Uno scrittore di nome Erri mi aveva informato che in alcune grotte a picco sul mare stavano scalpellati ghirigori simili a quelli che aveva visto sui giornali. Il posto era meraviglioso. Vi approdammo traversando uno specchio di mare col battello.Vomitai anche lanima. Guidati dallo scrittore, ispezionammo diverse grotte piene di sigle, incisioni e segni di ogni tipo. Nemmeno uno corrispondeva a quelli sulle mummie.Lo scrittore conosceva laramaico e altre lingue misteriose ma nemmeno lui riusc a darmi una mano. Le grotte delle Tremiti si rivelarono infruttuose. Cos tornammo a casa. Il mercante seguitava a dirmi: Non disperare, ce la faremo.
Tra una mostra e laltra, cercavo esperti, tecnici, studiosi che sapessero indicarmi una traccia per risolvere lenigma.Niente da fare, buio e nebbia totali. Lo scrittore per aveva preso sul serio il mio problema e decise di darmi una mano.Assieme a lui e al mercante (al quale conveniva aiutarmi altrimenti lo avrei mollato) si and dappertutto. Visitammo musei di ogni tipo: egizi, etruschi, cimbri; e poi siti archeologici, grotte, tane, chiese, ma non vi fu niente da fare. Sotto la polvere dei secoli dei luoghi esplorati, dormivano scritture di ogni tipo, ma i miei segni non cerano. Una scheggia di stele incaica scovata in un museo mi fece battere il cuore.Recava incise delle sigle strane e, sopra, un uccello in volo.Aveva il becco lungo e sottile come uno spillone. Mi venne in mente il pivasn e provai un brivido. Dissi tra me: Forse ci siamo. Invece no, niente nemmeno l. Nelle istoriazioni sotto le ali delluccello non cerano i miei segni. Di nuovo disperai e decisi di arrendermi. Almeno per il momento.Congedai tutti e tornai alla baita. Per consolarmi ripresi a scolpire i miei soggetti preferiti: donne massacrate con la scure e mummie istoriate.
Il mercante progett lennesimo viaggio di studio per lestate a venire. Dissi no, ero stanco, volevo rimanere un po sui monti. Alla baita trovai la cerva che non finiva pi di leccarmi la faccia. Lavoravo di buona lena ma non ero tranquillo.Giorno e notte pensavo al mistero dellintercapedine, alle donne nel muro. Non avevo alcuna fretta di produrre sculture. Gi in paese, ne avevo accatastate un centinaio.Da una vita intagliavo donne macellate. Le mummie invece erano venute dopo. Allinizio le scolpivo per avere sottomano una testimonianza senza far vedere quelle vere. Poi, capito che cera richiesta e si vendevano a peso doro, scolpivo mummie a scopo di lucro. In paese le avevo nascoste bene, temevo me le rubassero. Ormai ero diventato famoso, cera pericolo di subire qualche furto. Ma, a essere sincero, devo dire che in quel paese nascosto e maledetto da Dio nessuno sazzardava a metter piede. Tutti temevano qualche disgrazia.Avevano paura, si tenevano alla larga. Solo il mercante e qualche temerario avevano osato spingersi fin lass.In quel nido daquila sospeso sullabisso, viveva gente taciturna che non scherzava. Poche parole e coltello facile.Pareva odiassero il mondo intero. Anchio ero uno di quelli, non dico di no. Comunque sia, per quella saggia regola del non si sa mai avevo occultato bene le mie statue. Non rivelai il nascondiglio nemmeno al mercante, non mi fidavo.Non mi fido di nessuno, io. A dir la verit, solo una volta mi sono fidato e lho pagata cara.  stato proprio nel periodo in cui avevo iniziato a studiare le mummie. E qui devo fare una pausa e dire di quel fidarsi. Non volevo raccontare niente, questa storia non centra con le mummie. Ma centra con il mio carattere che odia le donne. Lho ereditato non so da chi e non so che farci. Mi va bene cos. Solo una donna non ho odiato. Questa donna per qualche anno ha cambiato la mia vita infame in qualcosa di bello. Non avrei mai creduto potesse accadere. Poi  tornato tutto come prima, e non certo per causa mia. Ma devo procedere con ordine.
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CAPITOLO 12. Intermezzo.
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Come ho detto, un giorno capit qualcosa che avrebbe migliorato la mia esistenza. E per un po anche il carattere. Salvo poi peggiorare tutto. Mai avrei pensato che succedesse a me. Ero convinto di essere immune da certi contagi.Invece mi sbagliavo.
Mi pare fosse settembre o i primi di ottobre. Ma poteva essere giugno o luglio. Non ricordo pi. Niente di quel periodo ricordo con certezza.
Dalla baita decisi di scendere in paese a prendere del vino.
Ne riempii un bidone da dieci litri. Poi andai allosteria e mi sedetti fuori, sulla terrazza di cemento da dove in alto vedevo le montagne. Quelle dellinfanzia. Le guardavo. Pensavo allesistenza, mentre bevevo un bicchiere dopo laltro. Non era stata facile e non sempre a causa mia. Ma se devo essere sincero, me lero anche cercata. Non mi faccio sconti. Intanto che bevevo, con la coda dellocchio notai qualcosa. Una sagoma avanzava verso losteria. Mi voltai. Era una donna.La osservai. Teneva un passo altero ed elegante, come una betulla dondolata dal vento. Alta, bionda, bella e ben fatta, poteva avere trentacinque, quarantanni. Ecco unaltra gallina che si crede madonna pensai. Mi prese la solita antipatia verso il genere umano femmina. Sulle prime decisi di ignorarla, come sempre facevo quando incontravo quelle ombre inquietanti. Ma questa non aveva sbavature.Siccome ho letto molto, e un po me ne vanto, ricordai un libro di Hofmannsthal, La donna senzombra. Hofmannsthal aveva pensato lopera nel 1911 ma fin il libro nel 1918. Lo lessi in tedesco col vocabolario in mano. Ebbene, quella donna era l, davanti a me. La donna senzombra. E, per la prima volta, non provai fastidio. E nemmeno il solito imbarazzo misto a disprezzo che mi coglieva ogni volta di fronte alle femmine. Sentii nascere in me un sentimento buono e positivo.Dentro quel passo fiero e quel volto misterioso si celava qualcosa di nuovo. E se allinizio provai una certa rabbia fu verso me stesso. Intuivo che stavo per tradire la mia natura di misogino e ci mi dette molto fastidio. Ma dur poco. Fui incuriosito da quellapparizione insolita e decisi di sbilanciarmi e lasciarmi andare. Ancora non sapevo che mi stavo giocando il destino, per adesso, col senno di poi, devo dire che ne  valsa la pena. Tutto vale la pena nella vita: gioia, disperazione, dolore, sconfitta, delusione. Cose che servono a migliorare, a rassegnarsi, a imparare il silenzio prima del salto finale. In cimitero, mi dicevo spesso, star bene, finalmente sar finita. Ma voglio tornare a quellombra dallincedere altero e sicuro. Forse, riflettei qualche anno dopo, sicura non era, ma in quel momento sembrava cos. Mi pass accanto come un fruscio di neve che cade dal ramo a primavera.A quel punto trovai coraggio e osai espormi. Signorina, si fermi a bere un caff dissi con un certo imbarazzo.
No, grazie rispose decisa. Ho gi fatto colazione. Ed entr nellosteria.
Va bene, va bene, mi scusi, come non detto replicai piuttosto umiliato.
Dopo un po torn allaperto, e con molto garbo mi chiese se le vendevo una scultura. Voleva un gufo. Era il momento di vendicarsi, mi aveva prestato il fianco, dovevo approfittarne.
Non vendo un bel niente dissi accigliato. Non vendo niente a nessuno conclusi forte dellesile vantaggio.Poi riflettei e tornai indietro. Aspetti un attimo dissi.Andai nella mia casa dove, tra vecchie sculture impolverate e cianfrusaglie varie, trovai un gufo di pino cembro, profumava ancora di resina. Non era bello, forse lavevo scolpito in fretta o sbronzo, ma comunque si trattava di un gufo, ci che la donna voleva. Glielo portai. Fece salti di gioia, poi chiese quanto mi doveva.
Niente risposi, glielo regalo, le ho gi detto che non vendo le mie robe. Se ne and salutandomi con uno slancio di calore e non la vidi pi. Pass qualche tempo. Un giorno, di pomeriggio, mi trovavo di nuovo nellosteria, sempre in terrazza. Bevevo. Con gli studi sulle mummie ero fermo a un nulla di fatto e mi sentivo piuttosto avvilito.A un certo punto arriv lei accompagnata da un uomo.
Sembravano molto affiatati. Nel cuore buss la gelosia.Non mi era mai successo. Stavo cambiando? Credo di s poich, dopo la gelosia, fui preso da un attacco di rabbia.Lo manifestai evitando di salutarli. Entrai nel bar e iniziai a bere finch dimenticai. Aveva un uomo! Adesso qui devo tirarla breve perch questa storia mi fa ancora male dopo anni. Pass qualche tempo, tempo che non ricordo.Un giorno torn. Pareva che nellinconscio avessimo fissato losteria per trovarci. Infatti arriv l. Ci sedemmo a bere qualcosa. La guardavo di traverso. Era bella. Per una volta non provai rancore verso una donna. Si parl delle montagne. Quelle che come un immenso recinto circondano e proteggono il mio disgraziato paese. Gliele elencai una per una, vantandomi di averle scalate tutte. Non ero mai stato cos ciarliero e la cosa mi sorprendeva alquanto.Cosa stava cambiando in me? Che mi succedeva?
Perch di fronte a quella donna ero cos buono e tranquillo?Lo avrei saputo pian piano ma qui, su queste pagine, lo voglio rivelare subito: avevo conosciuto, in et avanzata e per la prima volta, il sentimento buono dellamore. Fu merito di quella donna se evasi per un periodo dal rancore e dallodio. E fu a causa sua che vi ritornai, con laggiunta di un dolore ed una delusione glaciali che mi precipitarono nella pi fonda e incurabile malinconia. Ma devo andare con ordine. Lindomani la portai alla baita. Mi aveva chiesto di camminare nella valle. Rimase incantata dal posto.Fece subito amicizia con la cerva. Pareva si capissero a vicenda.Incominci da quel giorno la nostra storia. Le parlai delle mummie. Le feci vedere le copie in legno, i disegni, le foto. Ma lei voleva vedere gli originali. Le tirai fuori.Rimase inorridita, sconvolta, terrorizzata. Promise di aiutarmi nella ricerca. Le feci giurare di non rivelare niente a chicchessia e murai di nuovo le mummie. Giur. Mi fidai di una donna per la prima volta. Cosa impossibile qualche tempo avanti. Ero la meraviglia di me stesso e non mi pentivo.Dormimmo lass, uno accanto allaltra, con le stelle che piovevano sulla baita, e la luna che entrava dalle finestre come una polvere gialla, illuminando i legni e la cerva che, sdraiata per terra, pareva una statua doro. Nella mia vita sciagurata non ero mai stato bene. Ma voglio sbilanciarmi di pi e dire che mai ero stato felice. Lindomani la portai a scalare una cima, accorgendomi che era assai dotata. Andava su come un gatto. Il giorno dopo laccompagnai in paese, doveva tornare a casa. Abitava lontano, disse, a cinquecento chilometri. Se ne and e per la prima volta mi sentii solo.
Chiamer quel periodo felice lalba delle prime volte.
Infatti mi caddero addosso per la prima volta cose belle e altre brutte, create dal mio carattere infame, che emergeva pi di tutto quando bevevo. Non sono un uomo facile, ma finch vivevo solo e senza amori, non disturbavo nessuno.Quando invece cominciai a vedermi con lei le cose a volte si complicavano. La portavo a scalare le montagne oppure si andava a camminare per giorni, dormendo ovunque: sotto enormi abeti bianchi, nelle grotte, infilati nelle cavit di enormi massi sporgenti, nelle baite abbandonate. Le insegnai a scolpire e in poco tempo divent brava. Ogni tanto andavo nella sua terra, un paese pieno di boschi, colline e lunghi crinali che si perdevano nel cielo. Al ritorno da questi viaggi, in cui andavamo anche a visitare mostre, musei e biblioteche, salivamo alla baita. Una notte di luna piena le feci ascoltare il canto del pivasn. Rimase impressionata e, alquanto scossa, rientr nella baita. La feci uscire di nuovo tranquillizzandola. Le piaceva guardare la luna. Non solo quando era piena ma sempre, anche appena nata. Mi diceva:
Guarda quellunghia di luna che sta lass. Anche a me piaceva alzare lo sguardo e ammirare quella grande moneta doro lucente. Restavo fermo per ore, nelle notti destate, a seguirne il cammino nel cielo. Avevamo molte cose in comune io e la donna senzombra.
Lalba delle prime volte non finiva mai di stupirmi.
Le raccontai la storia del pivasn e tutto quello che mi era accaduto con le mummie. Stentava a credermi. Anchio stentavo a credere di essermi convinto agli abbracci di una donna. Invece era cos. Per lei smisi di bere. Quando ero ubriaco la maltrattavo. Non ero manesco, la picchiavo col bastone delle male parole. Andava cos. La offendevo in maniera brutale, il vino riportava gli antichi istinti misogini nella mia testa bacata. Lei mi rendeva la paga.Con le mie opere ero diventato famoso. Le mostre di donne massacrate e mummie di legno intarsiate spingevano sempre pi in alto la notoriet. Non lo sopportava. Nascevano dissidi, discussioni, dolori. Ma quando stavamo in armonia era una gioia, il mondo cambiava, la vita diventava lucente come fosse di vetro. E come il vetro, la nostra storia rischiava sempre di rompersi sotto il martello delle incomprensioni. Per tiravamo avanti. Ci si perdonava, si riprendeva ogni volta da ci che rimaneva intero, spazzando i cocci nei dirupi e dimenticando i temporali. Mi sentivo legato a quella donna come linnesto a una pianta.Lalba delle prime volte saffacciava giorno dopo giorno.
Scolpivo delle statue solo per lei, le facevo belle senza deturparle. Amava gli angeli, diceva che io ne avevo due, uno per spalla, ecco perch non ero ancora morto. Capace di entusiasmi esplosivi come una bambina che riceve il sogno della vita, si metteva a ridere e gridare. Era bello stare con lei. Non mi era mai capitato e in quegli anni diventai un uomo pacifico. Non sempre, sia chiaro, ma spesso capitava che mi sentivo contento di stare al mondo. Io che volevo uccidermi, desideravo vivere. Glielo dissi. Rispose:
 la forza dellamore, lamore guarisce tutto. In quel momento aveva ragione. Ancora non sapevo che lamore pu anche demolire tutto. Lamore  dinamite grezza, roba da cavatori. Innocua se priva di detonatore, miccia devastante se gli elementi vengono innescati. Io temevo sempre che fosse lei a innescarli. Mi raccontava di uomini che aveva amato e poi liquidato come vecchi stracci consumati.Lo diceva con fredda tranquillit. Mi chiedevo: Toccher anche a me? E quando?. Lincognita del futuro era la miccia, il momento fatale era il detonatore. Se fosse arrivato, mi avrebbe sbriciolato come le rocce fatte saltare dai minatori.Raramente le manifestai queste paure, ma qualche volta capit. Negava. Ci non poteva accadere, era sicura.Un giorno mi disse: Limportante  non farsi aspettative.Mi parve una frase eccellente, sensata, che sattagliava perfettamente a me. Infatti non mi sono mai creato alcuna aspettativa. Coltivavo solo la speranza di decifrare le mummie. Ma quelle parole mi fecero paura. Maccorsi che stavo coltivando unaspettativa mai avuta: vivere accanto a lei. Stavo proprio cambiando pelle come un vecchio serpente innamorato. Questo mi seccava alquanto. Ma decisi di soffocare le reazioni negative ed abbandonarmi a quella lieve onda mai provata prima.
Girammo in lungo e in largo lItalia, soprattutto in zone di montagna. Ma anche di mare. Una volta mi fece camminare scalzo su una spiaggia che non ricordo. Era notte, sopra di noi splendeva la luna. Mi sentivo molto impacciato.Dovetti togliermi gli scarponi poich io, estate ed inverno, viaggio sempre in scarponi. Pensavo: Questa qui mi fa fare quello che vuole. Ma non mi dispiaceva. Stavo davvero cambiando pelle. Durante le nostre fughe per il mondo, cercavo contatti con studiosi, esperti di lingue antiche, archeologi, tombaroli e via dicendo, pur di riuscire a decifrare la lingua che istoriava le mummie. Ma niente veniva a risolvere il dilemma. In quegli anni, per, non mi avvilii pi di tanto. Avevo lei e mi bastava. Non pensavo alle donne. E se ci pensavo, pensavo giorno e notte alle donne secche. Dovevo arrivare alla soluzione, a costo di morire. Intanto vivevo giorni buoni. A volte anche brutti giacch avevamo entrambi caratteri impossibili. Che si scontravano, sarrabbiavano, si insultavano. In quei momenti, veniva a galla tutta la mia follia ed erano guai. Ma, quando tutto tornava sui sentieri di primavera, erano passi felici, che non avevo mai mosso. Stavo vivendo ogni giorno lalba delle prime volte. E, lo voglio ripetere poich non lo sar pi, in quel periodo fui un uomo felice. Stavo cos bene ed ero cos contento che spesso mi chiedevo:
Finir? E quando?. Non lo sapevo.
Nel frattempo vivevo alla giornata, cogliendo al volo ogni attimo buono, come fosse un sorso di acqua fresca.Intanto, col suo aiuto, seguitavo la ricerca per decifrare le mummie. Perseguivamo limpegno con tenacia viaggiando dappertutto, concedendoci delle pause turistiche dove i posti erano belli. Ma, se devo dire la verit, i posti che non hai mai visto sono tutti belli perch ti sorprendono.Cos come la natura intera, i boschi, le montagne, il cielo, il mare, le pianure sono visioni che incantano. Lei era speciale nellapprezzare queste cose. Penso unica. Passammo assieme alcuni anni, non dico quanti perch mi vien da piangere. Oggi, che mavvio alla vecchiaia e alla morte, poich mi uccider, quegli anni con lei mi sembrano pochi.Ne avrei voluti di pi. Vivevo in bilico come lequilibrista sul filo, aspettando che da un momento allaltro capitasse qualcosa. Infatti capit.
Un giorno mi trovavo dalle sue parti per andare a scalare con lei delle montagne belle e misteriose che non conoscevo.Ne avevo sentito parlare da qualcuno, in tempi remoti, ma essendo sempre vissuto aggrappato ai monti del mio paese, poco sapevo di altre vette. Mentre ci avvicinavamo a queste rocce pallide e verticali, corrose da cave di marmo e dal dolore degli uomini che nei secoli vi avevano scavato, cominci a farmi discorsi strani. Disse: Sai, io e te ormai siamo come padre e figlia, ho bisogno di crescere, di imparare, di conoscere gli occhi del lupo.
Che lupo? chiesi ingenuamente.
Tu dovresti vedere gli occhi del lupo disse.
Sinceramente replicai, di guardare negli occhi qualche lupo, non mi frega niente.
Mi accorsi che era distratta, parlava come se scrutasse un orizzonte lontano. Il suo volto era diventato assente, duro, privo della dolcezza usuale. Mai mi sarei aspettato il sguito.Iniziai a porle domande. C qualcun altro nella tua vita? Dimmelo.
No, no balbettava, e poi, che importanza ha.
Neg fino alla fine della giornata, quando persi le staffe.
Quellassenza di parole, di partecipazione, quel gelo nei miei confronti mi fecero morire. Ormai avevo capito e rimasi annientato.  mostruosa, feroce, unica, la determinazione di una donna che non ti vuole pi. Cambia volto, espressione, occhi. Ti senti perduto, demolito, polverizzato, senza il minimo appiglio per tenerti a galla. Balbetti, chiedi, tremi, guadagni tempo sapendo che sei finito. Come? Dai, non scherzare! Ma perch? Cos successo? Nessuna risposta.E quello sguardo che scruta lontano, come a evitare la tua presenza diventata ormai fastidiosa. Allora, in quel preciso momento, al colmo del dolore, della disperazione e della morte, o le metti le mani al collo o te ne vai. Prima di andarmene, formulai unultima domanda, come una minaccia:
Dimmi chiaro: c un altro uomo?.
Risposta: Non c nessun uomo, ma esiste una persona verso la quale potrebbe nascere un interesse.
Ah! dissi. Era tutto chiaro. Raccolsi le mie robe, in verit ben poche, e pigliai un treno verso i monti e il mio paese desolato. Da quel giorno inizi a moltiplicarsi il mio calvario.Ero sempre stato un disgraziato, sfortunato, malmenato dalla sorte, ma ora tutto questo si ingrandiva, triplicava.Per notti e notti non chiusi occhio. Ho sempre dormito poco ma da allora non dormii pi. Scoprii il pianto, venni a sapere che ero capace di piangere e fu una sorpresa. Forse lo avevo fatto da bambino, o quando ero in fasce, non lo so, non voglio ricordare lorrore dellinfanzia. Per quindici mesi non feci altro che bere da mattina a notte. Partivo con pinte di birra e finivo a vino. Trascurai completamente le mummie, le sculture, le mostre, le montagne, le passeggiate nei boschi e ogni altra attivit che un tempo mi dava vita. Campavo di vino e tristezza e ci vollero mesi per riprendere un po di forza.
Un giorno ricevetti una lettera dove mi chiedeva di poter riprendere la storia. Ci pensai. Mi pareva difficile. Le storie rotte sono corde spezzate riflettevo, se le riallacci si vede il nodo. C da dire per che, se tiri forte, si rompono da unaltra parte, mai dove sta il groppo. Quello tiene pi della corda nuova. A ogni modo lasciai cadere lofferta ma non la speranza di poterla prima o dopo rivedere. Sognavo almeno un ultimo incontro prima di andarmene allaltro mondo.Di questo mi sarei accontentato per morire in pace. Per tante notti, quando mi appisolavo un poco, la sognavo. Erano sempre visioni belle ma lei era irraggiungibile. Mi svegliavo triste e rassegnato. Per giorni mi colarono addosso quei sogni come un miele amaro. La donna senzombra mi aveva davvero cambiato. Anche se non lavessi rivista mai pi le dovevo molto. Sentivo che non sarei tornato il farabutto di prima. Ogni tanto, anzi spesso, pensavo a lei. Mi sfrecciava nella mente e davanti agli occhi come un lampo, una rondine in volo. E poi spariva. Ma tornava. Non voleva lasciarmi, anche se mi aveva lasciato.
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CAPITOLO 13. Ricerche nuove.
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Piano piano, tra una sbornia e laltra, ripresi a occuparmi delle mummie. Risalii alla baita abbandonata ormai da mesi.Guardai il ramo dellabete bianco, dal quale colava sempre quel filo di resina. Fluiva lenta e inesorabile come unagonia.Era il dodici aprile. In alto cantavano i forcelli, pi in basso i cuculi. Qua e l si muoveva la vita. Su alcuni alberi, piccole gemme variopinte tentavano di aprirsi. Qualcuna vi riusciva emettendo un minuscolo scoppio. Su altre piante ancora niente. Rami nudi e spogli parevano ombrelli privi di tela. Sarebbero fioriti pi tardi, senza fretta. Cedevano educatamente il passo, davano precedenza ai giovani. Da molto tempo non tornavo alla mia tana. Non mi interessava. Lass niente era cambiato. Udii dei rumori. Un paio di galli forcelli facevano girotondo sullultima chiazza di neve. Parevano naufraghi su unisola deserta. Verso sera tribol il pivasn.Notai davanti a me, a occidente, presso il campanile di Pietra Forata, un costone rapato da una valanga. Distinto decisi di andare a vedere. Quella lingua bianca e possente poteva aver trascinato un po di legna. Mi sarei risparmiato di tagliarla in pianta a colpi di scure. Le valanghe fanno danni cedendo regali. Osservai il bosco macellato. Legna ce nera a camionate, tanta da rimanere allibito. Stava tutta in fondo al pendio, in linea con la baita. Portarla a casa sarebbe stato un lavoro di poco sforzo. Esplorai ancora quel pendio disossato dallenorme slavina. Aveva spazzato tutto fino a lasciare soltanto la nuda roccia. Su una scheggia di pietra sporgente mezzo metro, bianca e aguzza come un dente di cane, notai qualcosa. Avvicinatomi, scoprii incisi sul sasso due segni che non potevano essere stati scolpiti dalle bizzarre leggi della natura. Era stata la punta acuminata di un ferro ad agire su quel moncone. A sinistra stava un ghirigoro, a destra un segno che pareva una L. Li separava un piccolo tratto orizzontale. Rimasi perplesso e, allinizio, pensai a un cippo di confine. Raccolta una scorza di acero, col temperino ricopiai quelle incisioni e tornai alla baita. Riflettei.Quello non era un cippo di confine. Dopo aver riportato quei segni su un quaderno, infilai il brandello di corteccia in un pestasale di legno e non ci pensai pi.
Nel mio cocciuto peregrinare per il mondo alla ricerca della soluzione allenigma, venni a sapere una cosa. A Parigi, dopo la guerra, era apparso una specie di barbone pittoresco e intrattabile, dal carattere acuminato come la punta di un coltello. Questo clochard, dallaspetto trasandato per non dire ripugnante, era in possesso di una cultura sterminata e di un sapere che dominava ogni campo. Conosceva una trentina di lingue, alcune antichissime, altre quasi disperse che pochi potevano vantarne il suono. Del personaggio misterioso mi aveva parlato il mercante darte, una volta che gli avevo domandato chi poteva aiutarmi. Decisi allora di recarmi a Parigi. Il mercante approfitt del mio cruccio per organizzare una mostra sotto la torre Eiffel. Partimmo una settimana dopo le sculture, loro in camion, noi in treno.Arrivati nella capitale francese, cercai subito lo strano personaggio dal nome impronunciabile: Chouchani. Nessuno lo aveva visto. Qualcuno mi consigli dei luoghi dove il barbone spiegava le scritture sacre, insegnava lingue, letteratura, matematica e molto altro. A volte parlava in sinagoghe, altre in luoghi di raccolta, dove la gente lo aspettava in massa. Spiegava, come mi dissero, il Talmud, la Torah, la Cabbala. Insomma, un gigante in tutto, specie per quanto riguardava la cultura tradizionale ebraica. Dicevano che a soli cinque anni Chouchani era diventato uno specialista del Talmud, che sapeva a memoria. Di queste parole io non capivo n sapevo niente, e manco mi interessavano. A me interessava lui. Finch dopo otto giorni di ricerche lo incontrai.Si era rintanato in un ristorante parigino, se ben ricordo, lEden, in Boulevard Poisonnire. A prima vista, questo Chouchani non mi parve il sapientone che tutti esaltavano.Nel ristorante cera parecchia gente e quando si mise a parlare, tutti lo ascoltarono sbalorditi. Il mercante traduceva dal francese ogni singola parola, ma io di quei concetti non capivo proprio niente. E manco mi interessavano. Non appena ebbe un po di tempo, lo avvicinammo con le dovute cautele. Il mercante spieg il mio problema. Tirai fuori dalla valigetta le scartoffie dove avevo riprodotto ogni segno inciso sulle mummie. Tramite la voce del mercante gli domandai, con gran rispetto poich mi avvertirono fosse molto suscettibile e iroso, se sapeva qualcosa di quella scrittura.Parve interessatissimo ai ghirigori e si mise a studiarli l sul posto. Dopo pi di unora che li fissava attento, dondol la testa sconsolato e disse no. Mi riconsegn le carte, mugugn qualcosa e spar.
Lennesimo fallimento mi avvil parecchio. Volevo tornare a casa immediatamente. E lo avrei fatto se il mercante non mi avesse convinto a fare un giro per musei. Magari poteva saltare fuori qualcosa. Ne visitammo parecchi, Louvre compreso, ma niente venne in nostro aiuto. Allora, dopo dieci giorni di sforzi, rinunciammo, e tornammo a casa sconsolati.Inaugurammo la mostra, saltammo sul treno e via, verso la patria. Durante il viaggio pensavo alle mummie. Mi chiedevo se mai sarei venuto a capo del loro mistero.Ormai temevo di no. Tornai alla baita deciso a prendermi qualche giorno di riposo. A me i viaggi distruggono il corpo e lanima. Non ci sono abituato, n mai mi piegher. Volevo stare in pace, riprendermi un poco. Fu unillusione. Trovai la cerva che aspettava sulla porta. Mi aveva sentito arrivare.Era debole, fiacca, con poca voglia di muoversi. Notai che dal collo le colava un filo di sangue. Guardai meglio e vidi un forellino sottile. Qualcosa o qualcuno laveva bucata.Pensai a quel bastardo del pivasn. A primo istinto, mi venne dimbracciare la doppietta e andarlo a stanare. Ma dove? Poi mi sovvenne che per ammazzarlo avrei dovuto prenderlo di mira, quindi guardarlo. E se lo guardavo ero morto. Il maledetto uccellaccio non perdona, chi lo guarda  spacciato. Ricordai che viaggiava di notte e solo rarissime volte si muoveva di giorno. Un po impaurito lasciai perdere. Scaldai della resina raccolta sotto il ramo che perennemente la faceva scorrere, medicai la mia amica. In tre giorni guar ma era ancora molto debole. Una sera, mentre sistemavo il giaciglio della cerva (quando ero assente dormiva davanti casa), notai tra le frasche qualcosa. Lo raccolsi.Era uno spillone lungo e sottile, molto arrugginito ma ancora acuminato. Ricordai subito quei ferri che trapassavano i seni delle mummie. Restai impressionato. Mi prese la curiosit di verificare. Aprii il luogo segreto dove tenevo le donne secche, e le tirai fuori una alla volta. Ebbi la conferma. Alla mummia con le trecce mancava il ferro che le trapassava i seni. Sentii lalito della morte. Il fiato si fece corto. Provai la sensazione precisa che qualcuno glielo avesse sfilato per colpire la cerva. Ma chi? Presi il ferro per osservarlo.Era forgiato da una mano abilissima, un autentico virtuoso dellacciaio. Guardandolo attentamente scoprii che poco sotto la punta cera qualcosa. Una minuscola incisione.
Per leggerla feci ricorso al vecchio metodo dei bracconieri:
presi il binocolo che tenevo appeso a un chiodo e lo impugnai alla rovescia, avvicinando la lente piccola a quel segno, cos da ingrandirlo. Mi prese un altro colpo. Quel ghirigoro somigliava a qualcosa che avevo gi visto. Mi sforzai di ricordare dove. S, stava inciso sul corpo delle mummie.Ricopiai su un quaderno la forma di quel segno che, nella parte destra, pareva riportare una lettera dellalfabeto.Poi, con cautela, infilai di nuovo lo spillone tra i seni rinsecchiti della mummia. Mi sentii stanco. Mentre premevo il ferro lungo i fori, ebbi limpressione che la donna fosse scossa da un tremito. Arretrai inorridito. La fissai. Era ferma nellimmobilit di una morte senza pace. Imputai tutto alla suggestione e mi calmai. A quel punto, un sospetto si fece strada. Cerano forse incisioni anche sugli spilloni che trapassavano i seni delle altre mummie? Decisi di verificare.Mi ci volle parecchia forza per estrarre il primo. Pareva che quei seni atrofizzati, duri come bocce di legno, volessero tenerlo stretto. Controllai quel lungo ago. Era arrugginito solo nelle parti esposte, come il primo. I tratti che rimanevano occultati nella carne secca delle mummie parevano appena forgiati. Studiandolo attentamente scoprii un altro segno. Proprio in una delle zone rimaste lucide. Usai ancora il binocolo capovolto per ingrandire il mistero di quel graffio.Lo riprodussi sul quaderno perch mi rammentava anche lui qualcosa che avevo notato sul corpo delle mummie.E fu la volta del terzo spillone. Identica sorpresa degli altri.
A met della parte rimasta coperta, stava ancora unincisione.La ingrandii e la ricopiai sul quaderno che da quel momento chiamai Quaderno dei segni misteriosi. Nel frattempo la cerva stentava a riprendersi. Allora, per precauzione, colsi ancora un po di resina e gliela feci bere sciolta nellacqua calda. Mi guard con occhi dolci come a ringraziarmi.Ma questo  niente. La sorpresa stava vicino allabete bianco.Mentre con una paletta di legno levavo un po di resina da sotto il ramo, scoprii un altro ghirigoro. Almeno cos mi parve. A una spanna di profondit, la materia si era indurita, e sulla superficie vetrosa spiccava una forma in rilievo.Rimasi sbalordito. Si trattava di un altro segno che ricordavo di aver visto sulle mummie. Le avevo studiate a fondo, memorizzate in ogni dettaglio. Conoscevo ogni curva della misteriosa scrittura. Come in quello sul moncone di pietra, anche in questi altri segni un trattino separava il ghirigoro di sinistra da quella che a tutti gli effetti sembrava una lettera dellalfabeto. Non potevo crederci. Ebbi limpressione che la natura, o il fato o qualcuno da altri mondi mi volesse indicare la via. Possibile che lenergia dei morti mi fornisse la chiave del mistero? Troppo presto per dirlo, troppo deboli le tracce. Se cos fosse stato, tutti gli sforzi, i viaggi, i crucci per decifrare le mummie risultavano inutili e ridicoli.Pensavo al tempo impiegato. Mi ero recato un po dovunque, ma niente. Non avevo trovato in nessun luogo il minimo aiuto. E adesso? Adesso avevo in mano cinque elementi, ognuno dei quali, sulla destra, riportava una lettera dellalfabeto. Cinque chiavi per sciogliere il mistero. Almeno cos credevo. E speravo. Perch quelle che secondo me dovevano essere lettere dellalfabeto, non erano riprodotte nitidamente. Se le fissavo pareva mutassero aspetto, come a volermi confondere. Mi venne unidea. Decisi di scoprire quanti segni, sulle mummie, erano uguali a quelli che grazie allaiuto di forze misteriose avevo associato a lettere. Una L sul moncone di pietra portato alla luce dalla valanga. Una M sul primo spillone infilato nella mummia con le trecce.Una R sul secondo ferro. La lettera T impressa sul terzo. La lettera E che appariva, anche se con minor nitidezza, nella resina di cristallo. Controllai i corpi delle mie signore.Contenevano molti segni uguali a quelli scoperti per caso. Se di caso si pu parlare. Visto che tutto mi era caduto addosso dai cieli del mistero, fatico a credere al caso. Cos iniziai a mettere insieme alcune incisioni accostandole a quelle trovate.Mi accorsi presto che da l a risolvere il problema mi separava il mare del buio. Un buio solido come le notti di pietra che avevo trascorso preda delle visioni. Da quel momento cominciai a sperare senza speranza. Infilai di nuovo i ferri nelle mammelle legnose delle mummie, le riposi nel nascondiglio segreto e pensai al da farsi. Mentre le sistemavo una accanto allaltra, osservai ancora i fiori di legno che tenevano serrati nel sesso e i volti maschili scolpiti al centro.Ogni qualvolta li fissavo mi sentivo mancare. Chi erano quegli uomini?
Passarono alcuni giorni ed ero sempre pi irrequieto. Sentivo addosso un alone gelido come un pastrano di nevischio.Ma ero ancora vivo e questo creava speranza. Alla sera, stanco morto mi buttavo sul giaciglio con la cerva accanto. Una notte feci uno strano sogno che mi riport a tempi lontani.Vidi mio nonno che dal prato mi chiamava facendo cenno di avvicinarmi. Corsi da lui. Tir fuori qualcosa dalla tasca della giacca e me lo porse. Era la scheggia di ferro che molti anni prima avevamo trovato insieme nel cuore dellalbero segato. Al risveglio ebbi netta la sensazione che il nonno avesse voluto darmi anche lui una traccia per la soluzione del mistero che mi tormentava. Calai di corsa in paese a cercare quel vecchio ricordo. Entrai nella casa che mi aveva visto bambino. Lasciai che la vita passata mi si posasse addosso come la neve sugli alberi. Alzai la mano trepidante sulla mensola del camino, tastando qua e l. Dimprovviso, sotto i polpastrelli sentii il ferro. Presi quelloggetto, soffiai via la polvere del tempo e lo guardai. Capii che ero di fronte a un altro segnale. Un segnale che da decenni aspettava di esser colto. Anche quel pezzo di metallo recava unincisione che ricordava la scrittura sui corpi delle mummie. Il solito trattino la separava da quella che sembrava una lettera C. Le chiavi in mio possesso per la soluzione dellarcano adesso erano sei.
Con quei pochi segni ricevuti iniziai a studiare la mummia dalle treccioline. Tanti ghirigori corrispondevano a quelli scoperti, quelli che avevo associato a una lettera. Cercai cos di comporre una parola. Me ne sarebbe bastata una, una soltanto, per compiere un grande passo avanti. Ma niente. Le indicazioni erano ancora troppo misere. Dovevo pazientare, aspettare altre informazioni che, intuivo, prima o dopo sarebbero arrivate.
Una sera stavo fuori dalla baita, seduto sul ciocco, con un bicchiere di vino in mano e una sigaretta di trinciato tra i denti.Pensavo. Nel frattempo sbuc la luna dal monte dei morti.Per la verit, il suo nome vero era Ludinia. Lo chiamarono cos perch in una foiba vennero rinvenuti dodici scheletri.Come alla Cuna, dicevano che in colmo di luna si sentivano urlare. Quella sera la luna incendi i boschi e la baita si accese come una candela. Che ci facevo lass? Questo mi chiedevo.Ormai avevo un po di soldi, potevo dar fuoco a tutto e andarmene via. Distruggere ogni traccia e sparire. Nel mio lungo peregrinare in cerca della soluzione, avevo incontrato posti bellissimi. Potevo sceglierne uno e ritirarmi a morire l, in santa pace. Magari invitando la donna senzombra.Invece sapevo benissimo perch rimanevo inchiodato a quei posti. Qualcuno mi teneva incatenato l per risolvere il mistero. Dovevo sapere, scoprire, raccontare. Era la missione che entit misteriose mi avevano imposto mio malgrado.
Intanto la luna camminava adagio dentro il catino di un cielo sforacchiato di stelle. Ecco un altro motivo per cui rimanevo aggrappato a quelle balze ostili, verticali come un filo a piombo, dove se posavi un uovo per terra, andava a frantumarsi in fondo alla valle. Quei posti martoriati e tragici come la mia vita mi piacevano. Dentro i boschi tenebrosi e cupi la mia anima si fondeva con le ombre del passato.Le voci e i lamenti che provenivano dalla baita esortavano a insistere. Ma a chi appartenevano quelle voci? Alcune di sicuro alle mummie. E le altre?
A un certo punto, dal cielo cal un fruscio. Nella notte immobile come un lago morto, laria vibr, mosse un battito dali. Alzai gli occhi. Sul tetto della baita sera posato il corvo senza becco. Da tanto tempo non si palesava. Ma forse mi sbagliavo, ero stato in giro per il mondo, non potevo vederlo. Di sicuro era rimasto sempre l intorno. Poco lontano tribol il pivasn. Il corvo guard dalla parte donde giungeva il macabro suono. Luccellaccio tacque di colpo, come se il mutilato gli avesse imposto silenzio. La notte, fino a quel punto tranquilla, si agit nella voce di animali disperati, martore urlavano, rapaci disperati rantolavano, caprioli abbaiavano. Cosa avevano udito? La luna spargeva polvere doro su tutto ci che stava intorno. La sua luce entr nella baita senza chiedere permesso. Avevo lasciato finestra e porta aperte. Salt dentro con un balzo incendiando la parete di fronte. Sentii di nuovo lamenti. Tutto tornava, lincubo si ripeteva ma non mi spaventai pi di tanto.Ero abituato. Con un guizzo, il corvo mutilato entr a sua volta nella baita. Punt dritto al sasso che chiudeva il foro dove era occultato il becco affilato. Grattava con le zampe e batteva le ali agitato, come se volesse tornare in possesso della sua antica bocca. Dopo qualche minuto di scossoni sinvol e torn sul tetto. Quel suo affannarsi disperato mi incurios e decisi di verificarne il motivo. Aspettai la luce del primo mattino che mi avrebbe fatto vedere meglio. Lindomani, col sole che incendiava la baita, levai il sasso dal muro, infilai la mano ed estrassi il bussolotto. Lo osservai attentamente. Oltre ai geroglifici, uguali a quelli sulle mummie, altro non vidi. Cautamente lo aprii ed estrassi il becco ponendo massima attenzione a non ferirmi unaltra volta.Lanciai unocchiata allinterno ma il fondo era scuro.Puntai la pila nel buco rimanendo allibito. Laggi, come dentro una tenebra muta, solitario e nitido, stava inciso un segno.Alla sua destra, separata da un trattino, appariva una lettera dellalfabeto. Era inconfondibile, si trattava di una O. Subito la segnai sul quaderno. Rimisi il becco nel bussolotto, avvitai il tappo e lo infilai nel muro. Sistemai di nuovo il sasso a protezione del tesoro. Quel blocchetto insignificante si accoccol nel vecchio nido a fare il suo lavoro di guardiano protettore. Tutto scomparve in una strana quiete e la baita sirrigid nelleternit della pietra.
Con quella lettera in pi mi accostai di nuovo ai destini delle mummie. Coltivavo la remota speranza di trovare un sentiero che portasse oltre lenigma. Studiai a lungo i corpi senza risultato. Gli indizi erano ancora pochi. Ebbi per la sensazione che le voci dei morti mi venissero in aiuto.Allora mi rassegnai armato di pazienza e aspettai che succedesse qualcosa. Con le poche lettere a disposizione, cercavo di scoprire qualche parola aggiungendo davanti o dietro sillabe a caso. Ormai la faccenda si era impossessata della mia testa. Temevo le voci e i segnali paurosi che sovente animavano la baita dove riposavano quei corpi storpiati dal tempo, disseccati dal silenzio degli anni. I boschi la circondavano come un abbraccio, una fitta, impenetrabile sciarpa tessuta con i fili della tragedia. Il segreto, alla baita delle donne morte, si annidava anche tra quelle fronde che frusciando esprimevano una lingua piena di minacce. Quando le foglie cadevano, i rami spogli vibravano al vento come corde di violino. Le tempeste li facevano tintinnare con suono di vetri infranti. Potevano essere anche quelle delle voci che cercavano di comunicare, di togliere il drappo nero del passato. Quei suoni non li capivo, li udivo soltanto. Eppure ero convinto contenessero un messaggio. Insisti diceva il bosco in tono minaccioso. Avevo limpressione che a volte me lo ordinasse con rabbia. Allora caparbio riprendevo a cercare quello che probabilmente non avrei mai trovato.
Passarono alcuni mesi e niente succedeva. Salvo il mostruoso canto del pivasn e qualche lamento di animali, ogni notte era ferma, sdraiata, come se qualcuno lavesse ferita e aspettasse in silenzio di guarire o di morire. Cos fanno gli animali: saccucciano e restano immobili. O guariscono o muoiono. Sovente mi imbattevo in scheletri calcinati dal tempo, le zampe in avanti e il muso per terra. Ne ho trovati parecchi. Anche cervi. E martore, volpi, camosci, caprioli.Chi aveva forza di trascinarsi andava a morire vicino allacqua.
Poteva essere un ruscello, un torrente, un rigagnolo.Volevano bere lultima volta. Spesso ho immaginato di morire anchio cos. Stendermi per terra ai margini di una radura e aspettare. Fame e sete ci avrebbero pensato loro. Poi mi avrebbero mangiato le bestie della montagna. E i corvi. Almeno per una volta sarei servito a qualcosa. Cos pensavo.Ma subito mi tornava in mente che per me avevo in serbo un altro percorso verso il regno dei morti. Lo avrei messo in atto appena trovata la soluzione al mistero. Come ho detto altre volte, non avevo pi voglia di vivere, ma prima cera una missione da compiere. Senza quel traguardo, niente suicidio.Nel frattempo attendevo qualche segno. Per passare le ore scolpivo donne massacrate e mummie con le incisioni.Riportavo su un altro quaderno appunti e dettagli per aver memoria di quello che mi succedeva. Un giorno avrei messo tutto nero su bianco. Intendevo lasciare una traccia prima di crepare. Volevo fare presto. Ero stanco della baita, dei boschi tenebrosi che parevano inghiottirmi, dellombra inquietante del pivasn e delle maledette mummie.
A marzo qualcosa si pales. Cera ancora neve, ero costretto a ballare sulle ciaspe. Vagavo per la montagna assieme alla cerva. Mi seguiva come un cagnolino. A un certo punto si irrigid e fiss qualcosa. Punt il muso verso un larice schiantato dalla saetta. And vicino e annus la terra. Guardai alla base del tronco dove le radici bruciacchiate parevano mani tese in un grido. Notai tra di esse un palco di cervo.A marzo i maschi regalano al suolo le corna vecchie per metter quelle nuove. A me piaceva collezionare tutto quello che la montagna regalava: fossili, teschi, corna, ossa.Tirai su questo palco, che era molto grande. Lo osservai attentamente.A parte le dimensioni, niente di strano, come tutti gli altri. Mi sovvenne per una cosa. Mai la cerva aveva puntato e annusato un palco sul terreno. E s che ne avevo trovati tanti in sua compagnia. Tirava dritto o rimaneva dietro, e non sinteressava alle corna dei maschi. Molto romanticamente pensai che quel corno fosse appartenuto a un suo vecchio amore. Lei lo aveva sentito e riconosciuto. Allora era andata ad annusarlo, come per dargli un ultimo bacio.Cos mi piacque pensare. Invece il motivo era un altro.Me ne accorsi qualche giorno dopo. Avevo buttato il palco di corna sul tavolo della baita in attesa di metterlo con gli altri nella casa del paese. Mentre osservavo le venature di quel grande ramo dosso notai un particolare che mi dette i brividi. Alla base, dove la corona fa il giro come un anello attorno al dito, cera un segno che mi riport alle mummie.La superficie dellosso era deformata in modo da far apparire un ghirigoro che ormai conoscevo bene. Uno dei tanti sulle mummie. Alla sua destra una lettera dellalfabeto.Non era molto chiara e si perdeva nellintrico di venature.
Ma ormai me ne intendevo e colsi al volo quel messaggio.La lettera era una A. La riportai sul Quaderno dei segni misteriosi. Ora potevo tirare qualche filo in pi e aprire una fessura nel fitto tessuto del mistero.
Venne il tempo dellerba alta e ripresi a vagabondare per le selve. Aspettavo altri segni, altre voci, indicazioni provenienti dallaldil. A volte mi arrivavano cattive ed oltraggiose come uno sputo. Ma ormai ero temprato a tutto, ero diventato tegola sotto le tempeste. Mi facevo scorrere addosso ogni dolore, ogni paura, ogni ansia. Le passavo al giorno dopo, come appunto fanno le tegole con lacqua. Feci un po di conti. Tenevo in mano otto lettere, abbinate ad altrettanti segni sulle mummie. Ma ancora non riuscivo a comporre una parola. Allora speravo in qualche altra dritta da quelle voci disperate ed orrende provenienti dallaldil. Avevo seri dubbi. Ero certo che il mondo dei morti non  un istituto di beneficenza che distribuisce regali qua e l. Lo fa per pochi eletti e solo quando il pericolo  grave. E per meritarlo occorre tribolare come bestie ferite che si stanno dissanguando e cercano lultima acqua. Insomma, bisogna varcare le porte dellinferno dove molte di quelle voci urlano alla terra il loro strazio. Io ero uno di quei pochi eletti e, lo giuro, ne avrei fatto volentieri a meno. Intanto lerba cresceva come spinta da sotto, occultando le ferite della terra. Lass alla baita il luogo era meraviglioso, circondato da vasti boschi e alte montagne. Vi era acqua in abbondanza che faceva cantare i ruscelli. Scorrevano con le loro trecce dargento saltando le balze come bambini gioiosi. Ma, se ci si inginocchiava sul terreno a cercare particolari, si notavano violenti graffi, spaccature, scavi, fossi e fenditure che rivelavano unazione violenta e continua di tortura e oltraggio.Un conoscente mi disse che erano i cinghiali a frantumare la crosta della terra. Gli risposi anche cervi, talpe, caprioli, camosci. Tutti scavavano per trovare qualcosa di buono da mettere sotto i denti, prima che il gelo indurisse il terreno come un foglio di granito scuro. Gli animali della montagna sapevano che la vita minima, col suo respiro invisibile, sta sotto le foglie. Nel buio matura lhumus essenziale che d cibo e forza a quello che si sviluppa e fiorisce alla luce del sole. Cos fa la natura. Ma io sapevo che non erano solo le bestie della montagna a torturare la corteccia della terra.Tutti pensavano questo, compreso il mio conoscente. Io no.
Erano  morti a premere da sotto per far sentire le loro voci.Talpe mostruose, piene di orrendi peccati da scontare. Non trovando pace, quelle anime defunte da secoli seguitavano a dissodare la terra per dire ai vivi che avevano bisogno daiuto. Qualcuno doveva pregare per loro affinch avvicinassero quella pace dispersa e potessero finalmente rilassarsi nellombra eterna della morte. Avevo limpressione che pochi pregassero per il loro bene. Per questo i disperati seguitavano a vangare pascoli e boschi, radure e pendii. Io di certo non pregavo per nessuno, nemmeno per me. Ma dei morti scavatori ero convinto.
Come ho detto, era giunta la stagione dellerba alta e le inquietanti vangature del terreno erano scomparse. Mentre riflettevo su questo, mi venne in mente un episodio che avevo dimenticato. Era il periodo che le mummie mi cavalcavano ogni notte lasciandomi al mattino spossato e a pezzi.Fu in quei mesi di terrore che sul monte dei morti ebbi una visione. Forse erano allucinazioni. Per tenermi in forze continuavo a prendere belladonna. In grande quantit.Avevo fatto essiccare le bacche e le avevo polverizzate. Allora quel giorno su al monte dei morti, vidi uscire dalla terra una di quelle mani vangatrici. Un artiglio tremendo, lungo e sottile, sicuramente di donna. Aveva unghie che parevano lame di coltello. Ricordo una mano sinistra. Questo artiglio adunco e impressionante si agit nellaria, gratt la terra alla base di un maggiociondolo e si ferm come a riflettere.Poi lindice scav una profonda incisione sulla corteccia del tronco. Lalbero sembr vibrare di paura. A quel tempo non ci badai pi di tanto. Ma adesso, incalzato dallurto dei fatti, volevo verificare. Salii al monte dei morti. Ricordavo vagamente dove si trovava lalbero. Ripensai a quella scena e mi convinsi che la mano adunca aveva tracciato un segno. Con me camminava la cerva. Mi seguiva come una bambina. Da lei mi sentivo in qualche modo protetto. Lerba era alta, faticavo a procedere. Montai un sentiero a colpi di anche. Superava larghe fasce di pino mugo con serpentine ripide ed improvvise da fiaccare un mulo.
Arrivai nella zona fatidica col cuore che mi usciva dal petto. Non per la fatica. Per lansia e la curiosit di scoprire se la base del maggiociondolo era ferita da ununghiata.Stentai a trovarlo. Visioni e allucinazioni dettagliavano particolari senza indicare posizioni precise. Sapevo che era al monte dei morti e basta. Dopo lunghe giravolte ed avanti indietro, scoprii lalbero. Mi accostai in ginocchio come di fronte a una reliquia. Osservai attentamente. S, era scalfito da un paio di segni. Mi avvicinai di pi. Attorno alle ferite, la corteccia era cresciuta creando una cicatrice violacea alta e spessa come a voler sanare i tagli. Ma non era riuscita a nasconderli del tutto. Vidi senza ombra di dubbio che quellincisione era una S. A sinistra, quasi assorbito dalla scorza, un segno che conoscevo. Stava assieme a tanti altri, sul corpo delle mummie. Per molto tempo avevo trascurato quel dettaglio. E cera un motivo. In quei mesi di terrore ero torturato dalle donne secche che mi sfinivano e da allucinazioni di ogni genere. Non pensavo pi a nulla, solo a rimanere vivo. Temevo sempre che qualche ombra notturna, o il pivasn o le mummie stesse venissero a cercarmi per farmi fuori. Il che non sarebbe stato male se avessi scoperto il segreto delle mie donne. Morire per me  una liberazione.Ricopiai anche quel messaggio sul Quaderno dei segni misteriosi che tenevo sempre con me nello zaino.Assieme a quello degli appunti. Ormai, causa il bere, ho scarsa memoria e devo segnarmi tutto. Pian piano, accompagnato dalla cerva, tornai alla baita con una informazione in pi. A quel punto cominciai ad avere un po di fiducia. La faccenda delle mummie mi aveva distrutto lesistenza, lalcol e la belladonna devastato il cervello, il destino ucciso ogni gioia.Anche se, a pensarci bene, gioie ne ho avute poche per non dire nessuna. Anzi, una lavevo avuta ma era svanita. In tutto questo disastro, era la testa a preoccuparmi. Ormai non distinguevo pi la realt dallirreale. Non sapevo se quello che appariva era vero o solo il prodotto del mio inconscio allucinato. A ogni modo, sogno o realt, fantasia o allucinazioni, quello vedevo e quello trascrivevo. In ogni dettaglio, senza omettere il minimo particolare.
Alla baita trascorsi la stagione dellerba alta. Studiavo e confrontavo i segni ricevuti con la scrittura sulle mummie.Una sera osservai due incisioni sul corpo della donna pi giovane. Feci attenzione. Una corrispondeva alla lettera O scoperta nel fondo del bussolotto. Se quella che la precedeva fosse stata una I ne veniva fuori la parola IO. Poteva essere un inizio. Pieno di speranza provai ad associare a ogni taglio come quello la lettera I. Andai avanti notti intere al lume di candela e lampada a petrolio. Lavoravo meglio di giorno, alla luce del sole. Piano piano, applicai alla mummia con le trecce le lettere scoperte. A segno uguale, lettera corrispondente. La I lavevo immaginata io, e non era detto avessi indovinato. Invece forse ci avevo preso. Ma non dovevo illudermi. Ancora non era tempo. Con calma, tradussi una serie di ghirigori in lettere. Alla seconda settimara, quasi senza accorgermene, trovai una parola. Vidi di sguito i segni corrispondenti alla S ed alla O, poi un taglio sconosciuto e infine unaltra O. Associando al segno ignoto a lettera N veniva fuori la parola SONO. Non volevo crearmi illusioni e rimasi molto cauto. Quel segno sconosciuto poteva essere una N come una qualunque altra lettera. Scesi in paese a comprare del vino, una tanica da venti litri. Mi sbronzai tre giorni. Speravo e temevo. Potevo essere sulla pista buona oppure no. Ma se fosse stata giusta? Dopo anni di fatiche, incubi, tempeste e tempo sprecato, sul corpo della mummia sarebbe apparsa una parola come un lampo nel cielo buio! Ancora non ci credevo, avevo bisogno di stordirmi.Per tre giorni non pensai a niente. Quando mi passava leffetto dellalcol, prima di bere ancora riflettevo. Si stava forse avvicinando la stagione della verit? Difficile da credere, ancor peggio da sperare.
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CAPITOLO 14. Luce nella tenebra.
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Adagio adagio mi ficcai in testa lidea che presto sarei riuscito nellimpresa. Poi subentrarono dubbi. Molti. La parola che credevo di aver trovato era o non era SONO? Chi poteva saperlo.
Nel frattempo il mercante premeva affinch tornassi a Parigi con lui. Le mie sculture erano richieste, il gallerista mi voleva l. Desiderava mi stabilissi nel quartiere dove vivevano tutti gli artisti. Famosi e falliti. Dissi no. Dovevo fare altro. Avevo un compito da portare a termine. Ed era una faccenda che prevedevo lunga. E poi Parigi non minteressava.Non mi interessava pi nulla, quindi nemmeno Parigi.Con le lettere in mio possesso non feci molta strada. Mi arenai quasi subito nellintrico di mughi che infittiva il mistero.Ma non mollavo. Sentivo di trovarmi sul sentiero buono.Notte dopo notte, cocciutamente provavo ad affibbiare lettere dellalfabeto ai segni sui corpi. Con scarsi risultati ma comunque insistevo. Intanto speravo in un nuovo segnale proveniente dal regno dei morti. Era da l che partivano le voci e le dritte.
Una sera cant il pivasn vicino alla baita. Lerba alta cominciava a chinarsi e piegare la testa. Calavano taglienti e decisi i venti delle montagne a strapazzarla. Si curvava come una lenta onda verde. Andava e tornava con la monotonia di un lamento straziante. Quelli non erano venti ma colpi di frusta che sferzavano lerba stanca degli alti pascoli. Si buttavano a capofitto nella valle, entravano nel tunnel naturale di pietra forata emettendo lamenti e ululati come cani rabbiosi.E io vivevo l, in mezzo a quei misteri, a quelle voci dilaniate dal dolore delle condanne, arrochite dai rimorsi, distrutte dallespiazione. Linferno non era sottoterra ma in superficie. Lo testimoniavano gli squarci sul terreno vangato dai morti. Ora che lerba cedeva si vedevano apparire di nuovo. Dopo i temporali tuttintorno si sentiva odor di tombe. Di solito in montagna si annusa lo zolfo delle saette che frantumano le pietre delle conche. Lass no. Lass filtrava odore di morte. Io aspettavo di scavare la mia fossa senza sapere che ero io la tomba di me stesso. Forse lo sapevo ma non volevo accettarlo. Ogni tanto mi chiedevo perch avessi avuto in sorte un destino infame. In fondo non avevo fatto male alla societ. Salvo odiare le donne, non tenevo in me torti da rimproverarmi. Sono sempre vissuto solo, cercando di non disturbare nessuno. E se ci penso, dopo aver avuto quella donna meravigliosa, non ero nemmeno pi cattivo. Lei mi aveva cambiato la vita in positivo, mi aveva reso migliore. Era riuscita a tirar fuori la parte buona di me, quellanima che non sapevo di avere. I miei genitori lavevano uccisa assieme alla mia infanzia. Credevano di averla estirpata, invece non era morta del tutto. Era andata a nascondersi nelle pieghe pi remote del fondo. E l si era fossilizzata come quelle farfalle che trovavo stampate sulle pietre dei monti. Ma lei, quella donna ormai lontana, era riuscita a trovarla e farla rivivere. La farfalla della mia anima era uscita dalla pietra e aveva mosso le ali. Per un po di tempo aveva volato.
Una notte il vento ululava e la pioggia cadeva a secchi. La cerva e io stavamo accoccolati nei nostri giacigli. Stesa sul pavimento sopra una manciata di fieno e boccoli di mugo lamica respirava adagio. Ne aveva presi di temporali sulla pelle, ora non le pareva vero di stare coperta e al calduccio.La stufa rilasciava borbottando le ultime parole dei carpini bruciati. La baita tremava sotto i colpi delluragano. Io ero tranquillo, i vecchi muri erano solidi. Stavano in piedi da due secoli e li avevo rinforzati assieme alle fondamenta. Il tetto era a prova di saette, le travi non temevano il canto dei tarli. Avevo tagliato i larici in luna calante di novembre, periodo sacro che respinge anche i castori. Mi piaceva ascoltare il frastuono delle tempeste che infierivano sulla montagna.Gli scrosci si scatenavano rabbiosi e violenti, scuotendo i boschi impauriti, strappando foglie e potando i rami deboli o secchi. In natura i meno resistenti vengono eliminati.Nella vita non vige la stessa regola. Un individuo sano, forte, pieno di entusiasmo pu essere abbattuto dagli uragani del destino. Sono subdoli e spietati. Lesistenza spezza rami deboli e rami forti. Se decide abbatte lalbero alla base.Come  successo a me. Ma, pur mezzo divelto dalla terra madre, le radici in aria disseccate dal dolore, ancora resisto.Devo concludere la faccenda. Una volta risolta, il vento di una decisione irrevocabile spazzer la mia vita senza indugi.Sono uno che va fino in fondo. Sempre.
Intanto che riflettevo, luragano infuriava con la violenza di un odio represso. Un rancore che finalmente poteva sfogarsi.Certe sferzate ululanti facevano voltare il capo alla cerva. Il vento bramiva rauco, a volte tagliava come lurlo dellaquila.Io rimanevo immobile con la cerva accanto, ad ascoltare quei frastuoni inquietanti che avrebbero spaventato chiunque. A me invece parevano musica, una ninnananna turbolenta che portava malinconia e remoti pensieri. Guardavo la cerva al lume di candela. Le fiamme tremolavano come la mia vita.Mi tornava in mente la donna senzombra. Fantasticavo che la sua anima fosse tornata da me, accoccolandosi nel cuore della cerva. Ecco perch la bestiola era cos dolce ed affettuosa.E fedele. Volevo pensare questo e questo pensavo. Da quella notte chiamai la cerva col nome di lei. E la bestiola si voltava.A un certo punto, mentre infuriava la tempesta nel suo culmine maggiore, trasalii. Qualcuno bussava alla porta. Colpi secchi, imperiosi, rapidi. Chi poteva essere a quelle ore, lass, dove ogni vita spariva inghiottita dalle tenebre? Dove il mondo civile non sarebbe mai arrivato? I colpi si susseguivano violenti. Forse per superare il clangore delluragano e farsi udire. Guardai la cerva che non muoveva un pelo. Il suo comportamento mi stup. Perch non reagiva? Di solito rizzava le orecchie al minimo rumore improvviso. Strano.Chi siete? urlai.
Nessuna risposta.
Chi sei? Cosa vuoi? urlai di nuovo.
Silenzio.
Dimmi chi sei sbraitai innervosito.
Niente.
Intanto avevo armato la doppietta. Lorologio da taschino dava le tre e mezza. Lampi e tuoni fracassavano la valle illuminando le finestre a giorno. Ricordai lamico fotografo e i suoi marchingegni che schizzavano luce. Alla fine decisi.Schioppo imbracciato e cani alzati, andai verso la porta.Qualcuno ancora picchiava violentemente. Spalancai di colpo e puntai il buio. Non cera anima viva. Venni investito dallaria fradicia della tempesta e da schizzi dacqua.Fuori non esisteva nessuno. Eppure i colpi li avevo uditi. O me li ero immaginati? Poteva essere, visto che la cerva non sera mossa di un millimetro. Da tempo dubitavo della mia testa, ora avevo forse una prova in pi? Richiusi la porta, posai larma e mi buttai sul letto. Non avevo iniziato a pensare che i colpi ripresero pi violenti di prima. Silenzioso mi avvicinai e aprii di botto. Niente. Vidi solo la notte vuota di anime, gonfia di pioggia, grave di tempesta. Afferrai la pila e cercai di rompere la tenebra lungo il sentiero. Nulla.Ottenni soltanto dinzupparmi i vestiti. Nessuno fuggiva per il tratturo. Rientrai e mi stesi sul giaciglio, deciso ad ascoltare il bussatore notturno senza pi scompormi. Invece i colpi cessarono e la notte torn in balia degli elementi scatenati.Verso lalba il diluvio universale cess e potei darmi qualche ora di sonno. Mi alzai che splendeva la luce, il cielo era sereno, la terra fumava asciugata dal sole. Sedetti sul ciocco ancora umido, arrotolando una sigaretta. Fu in quel momento che rimasi impietrito. Mentre inumidivo la cartina con la lingua, locchio punt la porta. Sulle assi di legno stavano impressi dei segni. Era come se qualcuno avesse picchiato col martello od altro oggetto contundente. Non potevo crederci!Allora i colpi della notte non li avevo sognati. Cerano stati veramente. Mollai la sigaretta e mi avvicinai. Il legno era stato percosso violentemente s da creare nelle assi dei piccoli incavi. Dentro una di queste fossette stava impresso un ghirigoro. Ebbi limpressione delleffetto di un pugno sferrato con un anello siglato. Ma la cosa che pi mi spavent fu una fibbia di cintura. Stava appesa ad un chiodo infisso sulla porta, che fungeva da attaccapanni. Ricordai quelle ai piedi delle mummie. Venni afferrato dal dubbio. Entrai in baita e tolsi dal nascondiglio le donne secche. Appar quello che sospettavo.Alla mummia con le trecce mancava la fibbia infilata nellalluce. Spaventato da quei messaggi, staccai la fibbia e la rimisi nellalluce della padrona dove stava da oltre un secolo. Confesso che mi tremavano le gambe mentre riponevo le donne nel nascondiglio. Alla fine, mi concentrai sul segno che deturpava la porta assieme agli altri. Come ho detto, pareva impresso da un pugno fornito di anello siglato.Oppure un ferro come quelli con cui si marchiavano le piante o gli animali. Osservai attentamente. S, sul fondo appariva unincisione ed alla sua destra, separata da un trattino, una lettera dellalfabeto. Era la G. Con mani tremanti la trascrissi sul quaderno. Poi guardai di nuovo luscio.Ancora una volta ebbi conferma che i colpi cerano stati. Allora perch la cerva non si era mossa? La bestiola scattava al minimo rumore. Anche se cadeva una goccia di pioggia su una foglia secca, rizzava le orecchie. Stavolta no. Mistero.Ne avevo provate di paure, in quegli anni, ma ora si stavano addensando tutte insieme come nuvole marce piene di veleno. Sinceramente ero stufo. Cos, tanto per rilassarmi, scelsi di fare un salto alla Cuna dei Morti e visitare la foiba dove mi sarei infilato a morire. Sentivo un richiamo, nostalgia di quel buco misterioso e contorto dove il sole, con molte acrobazie, riusciva a lambire appena le pareti. Era un solo raggio sottile a scivolare in quellorrido. Pareva che le clessidre, le giravolte di roccia, i tunnel verticali, lo filtrassero, lo depurassero dagli eccessi, per lasciare solo lessenza di una luce tenue e mite. Piano piano, pensando al da farsi, mincamminai verso la forcella seguito dalla cerva. Il sole splendeva scaldando la terra. I boschi cominciavano a ridere con lumorismo dei colori ma non era ancora autunno. Stentavo a capire quel tripudio di tavolozze. Forse volevano farsi belli in anticipo. Cos pensai. Poi mi dissi che gli alberi sono sempre belli, anche senza colori. Ricordai che era stata una primavera pallida e unestate piovosa, ma i boschi erano belli. A me comunque andava bene. Avevo smesso di lamentarmi delle condizioni atmosferiche. C gente mai contenta.Se piove si lamenta, se fa caldo si lamenta, del freddo ha timore, se non piove ha paura del secco. Questo pensavo mentre marciavo. La cerva mi seguiva. Quando mi fermavo, sentivo un colpo alla schiena. Era la sua testa che mi colpiva, come volesse sollecitarmi a camminare. O forse era distratta dal paesaggio, dal suo mondo selvatico dove era nata. Per questo mi sbatteva contro.
Varcai la forcella e puntai alla Cuna dei Morti. Molto in alto, forava la volta del cielo il corno acuminato del Ludinia.Arrivai allingresso della foiba. Mi sedetti e rimasi a pensare.La cerva si stese col muso verso lentrata. Stava immobile, lo sguardo fisso. Chiss se intuiva che prima o dopo mi sarei infilato laggi, a morire in pace. Fumai una sigaretta di trinciato e decisi di scendere. Da tanto tempo non frequentavo quel buco. Rammentava lentrata dellinferno e lo temevo.
Calai adagio, misurando i passi, tastando la roccia con la punta dei piedi lungo la spirale che fendeva labisso. Finalmente toccai il piano. Laggi, nelle viscere del mondo, tutto era fermo, silenziato dal bavaglio della terra. Solo ogni tanto, lantica goccia cadeva nella vasca di pietra, muovendo lacqua in cerchi. Come sempre, la grotta ingigantiva il suono di quel tocco leggero s da farlo sembrare una cannonata.Aspettai che la superficie si chetasse e puntai la pila sullacqua illuminando il fondo. Volevo accertarmi se vi era ancora lantico bruco a misurare senza pace il diametro della pozza. La luce illumin lo specchio dacqua da farlo sembrare pietra levigata. Laggi, luceva come neve al sole la candida melma del fondo. Stava l da chiss quanti secoli, immobile e muta, nonostante la goccia scuotesse lacqua ogni tanto. Da tempo non scendevo nella foiba. Non avevo fretta. Sapevo che prima o dopo sarei rimasto per sempre in quel buco. Le mie ossa spolpate sarebbero diventate bianche come calce. Chiss se qualcuno sarebbe sceso in fondo alla tomba. Non era semplice scoprire lentrata. Meglio cos, non volevo essere trovato. Tantomeno disturbato. Quel che desideravo era riposare in pace. Lunico obiettivo a breve consisteva nel risolvere il mistero delle mummie. Per poi ritirarmi a crepare nella foiba come un tarlo nel legno. Quando spaccavo tronchi di abete bianco, spesso li trovavo. Alcuni erano morti, spentisi mentre scavavano il loro viaggio nella vita. Un percorso contorto e misterioso che terminava di colpo. Era il fine esistenza, come gli esseri umani.Vedevo tarli scavare ed altri morti con le mandibole che ancora addentavano il legno. Lasciavano dietro di s il cammino percorso. Dritto e storto, il sentiero dei tarli si interrompeva, come quello degli uomini. Dietro di loro rimaneva quel che era stato. Lunica differenza  che erano gi sepolti.Scavando la vita si scavavano la fossa. Gli uomini zappano la vita ma la fossa gliela scavano altri. Gli uomini hanno bisogno di altri, per sparire. E questo non  bene.
Esplorai la superficie attentamente. Lo vidi. Il bruco stava laggi, camminava di qua e di l, bianco da confondersi con la pallida argilla del fondo. Fissai pi di mezzora il suo andirivieni. Quellandare e venire mi stregava. Seguitava a marciare imperterrito, traversando la pozza nei due sensi. Ebbi la tentazione di affondare la mano, raccoglierlo e tenerlo nel palmo. Cos feci. Lavevo fatto anche unaltra volta. Lesserino sembr scottato dal calore della pelle. Rest immobile come morto. Lo toccai leggermente con lindice prima di rimetterlo nel fondo. Si mosse appena forse per ringraziarmi. Quel piccolo essere, sepolto nelle viscere della terra, immerso nel fondo della pozza, volle farmi un regalo. Quando la superficie fu di nuovo piatta, notai che faceva strani movimenti. Non andava pi di qua e di l, si mise invece a disegnare. Puntai la luce e rimasi immobile.Il bruco sottomarino tracci dei segni sullargilla bianca.Ghirigori che mi ricordarono qualcosa. Rammentai un segno che stava sulle mummie. Subito dopo il bruco disegn una lettera dellalfabeto. I messaggi dallaldil tornavano, venivano a indicarmi la via. Ormai ero abituato, anzi me li aspettavo, me li auguravo. Mai pi per immaginavo di riceverne uno proprio dal bruco. Feci appena in tempo a segnare tutto sul quaderno che cadde la goccia col suo rombo di tuono. Quando la superficie torn piatta, laggi non cera pi niente. Solo lui che aveva ripreso il suo perenne andirivieni. La lettera regalatami dal piccolo amico era la N. Lasciai la foiba e risalii allaria aperta. La cerva aspettava davanti allingresso. Mite e tranquilla mi fiss. Il sole volgeva la sua faccia verso occidente. Era tempo di tornare alla baita. Con unaltra lettera al mio fianco, potevo tentare ancora di risolvere lenigma. Ci speravo ma limpresa era ostica. Non volevo crepare con lincubo alle spalle. Poteva darsi mi capitasse un accidente improvviso, un colpo al cuore, o robe simili. In quel caso tutto sarebbe rimasto nella buia notte del mistero. Questo non doveva essere. Arrivai alla baita che il sole scantonava dietro la gobba di Pietra Forata. Mi sentivo bene. Riflettei che quando luomo ha una missione da compiere, si mantiene in salute anche se fa strapazzi folli come me. Lobiettivo da raggiungere lo fa rimanere sano nonostante faccia di tutto per rovinarsi.Questo pensiero mi rincuorava ma, dissi, era meglio non spingere troppo la gobba della fortuna. Per il saggio principio del non si sa mai, dovevo stare attento. Sovente mi infilavo nei pericoli della montagna ma in quei casi ero accorto. Col vino invece non ero prudente. Mi lasciavo andare spesso a sbornie distruttive. A volte avvertivo dolore nella parte destra della pancia. Non ci badavo. Durante una mostra, avevo chiesto a un medico che comprava i miei lavori di che si trattasse. Lo avevo informato che bevevo.
Tanto? chiese.
Tanto risposi.
Fegato sentenzi.
Mi scrut dentro un occhio sollevandomi la palpebra.
Meglio che smetta disse, dia retta a me, per il suo bene.
Ha locchio giallo.
Non sapeva il dottore che del mio bene mi interessava poco. Glielo dissi mentre lo ringraziavo. E aggiunsi: Quando sar morto, le sculture varranno di pi, lei si trover un capitale.
Alla baita tirai fuori il quaderno e mi concentrai sul materiale acquisito. Tenevo in mano undici lettere, non era male ma nemmeno bene. Ero sicuro che ne occorrevano di pi.Non cera fretta, sapevo che altri messaggi sarebbero arrivati dal mondo dei morti. Ma io quanto sarei durato? Quella notte mi concentrai sui segni. La cerva mi guardava. Una luna di fuoco era saltata nella baracca come un camoscio oltre lostacolo. Insistevo nellaccostare sillabe a segni, segni a lettere trovate, a lettere azzardate. Niente! Allora rinunciai.Spensi le candele ed il lume a petrolio e mi buttai sul letto.Fuori albeggiava. Era stata una notte rumorosa. Uccelli rapaci rantolavano, cervi bramivano, le martore gridavano vendetta ai nemici, il capriolo pitava leterna timidezza.La cerva ascoltava quelle voci. Sembrava impaurita.Eppure le aveva sentite tante volte! La carezzai sul muso. Si rilass. Intanto apparve la falce della luce. Unalba livida e tetra, contrastante col tramonto della sera, invase il cielo e la terra. Bevetti una cuccuma di caff col vino e ripresi a decifrare ci che non sarei mai riuscito a decifrare. Allorizzonte vagavano nubi verdastre come vesciche piene di fiele. Avanzavano verso la baita. Ogni tanto qualcuna si sfasciava sulle creste affilate dei monti, lasciando cadere una pece nera che non pareva pioggia. Invece era pioggia: scura e malata, appiccicosa come vischio. A un certo punto, quelle lugubri otri dinchiostro presero a galoppare nel cielo plumbeo come cavalli in fuga. Secondo me non lasciavano intendere nulla di buono. Sentivo venire da fuori odore di foglie marce come fosse tardo autunno. Invece era appena settembre avanzato. Per stemperare quel clima inquietante accesi la stufa. Appena brontol allegra, la caricai con ciocchi di carpino e tornai al mio impegno. Cocciutamente insistevo. Centinaia di prove, tentativi, congetture. Niente.Fu verso mezzogiorno che venni arrostito dal fulmine. Avevo tolto dal nascondiglio la mummia pi giovane. Studiavo un metodo. Agganciavo e sganciavo lettere ai ghirigori che portava sul corpo. Procedevo a intito e speranza, rigirandola da ogni lato. Segnavo sul quaderno ogni singolo tentativo.A ogni fallimento, strappavo e buttavo la pagina nella stufa. Non approdavo a nulla. Sfiduciato e stanco mi stesi sul giaciglio. La cerva ne approfitt per avvicinarsi a quella carcassa di donna secca. Prima che riuscissi ad allontanarla prese a leccarla sulla spalla sinistra. In quel punto apparve un umidore pi scuro che mise in evidenza alcuni segni.Solo l, dove aveva passato la lingua. Immaginai qualcosa e mi avvicinai lesto. Guardando attentamente, mi accorsi che quei segni corrispondevano a lettere che avevo gi. Ma erano finalmente collocati in una sequenza leggibile. Agganciai a ogni segno sulla spalla la lettera corrispondente e sul quaderno lessi questo: IO SONO LA MORTE. Le gambe mi cedettero. Crollai sulla panca stordito. Senza volerlo, e per aiuto della cerva, avevo scoperto quattro parole di senso compiuto. Notai con soddisfazione che era giusta la parola SONO. E ci avevo preso anche con la I.
Tremavo. Dopo anni di sforzi, tentativi, fallimenti, viaggi e speranze deluse, forse ero arrivato al dunque. Dico la verit, avevo paura. Per quel giorno mi fermai, non osai andare oltre. Sbirciavo la mummia. Cosa mi avrebbe riservato?E le altre?
La cerva mi guard con occhi tristi. Pareva avesse capito che forse ero giunto al capolinea. Se risolvevo il mistero mi sarei ucciso. Ingoiai un cucchiaino intero di belladonna polverizzata. Tracannai un litro di vino e mi stesi sul letto aspettando gli effetti. Che non tardarono. Dentro accecanti bagliori di luce, mi vedevo bambino, vecchio, morto, divorato dalle mummie. Mio padre e mia madre si cavalcavano a vicenda con urli da spavento. Io stavo a poca distanza e li guardavo. Vedevo i miei amici, quelli che odiavano le donne, evirati dalle mummie che poi mangiavano voraci i sanguinanti organi genitali. Mentre consumavano lorrendo pasto, urlavano da far terrore. Urlavano i miei amici, urlavano le mummie e non saprei dire chi urlava di pi. Vidi un vecchio che avevo gi sognato. Avr avuto sessantacinque anni. Capelli bianchi e corti, compatti sul cranio come neve sul paracarro, e una barba rada. Le mummie lo coccolavano carezzandolo come figlie affettuose. Questo vidi e questo ricordo, di quel mio sonno spaventoso simile al coma.
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CAPITOLO 15. Apparizione.
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Non so bene quanto tempo rimasi morto. Mi destai che fuori luceva il giorno come un lumino. Forse non mi sarei nemmeno svegliato se non avessi percepito uno sfregare sul muso. La cerva mi leccava. Pensai che prima di me aveva leccato la mummia e provai fastidio. Impiegai un po a rimettermi in sesto. Uscii e sedetti sul ciocco a riordinare quelle poche idee che mi restavano. Stavo arrotolando una sigaretta di trinciato quando udii un rumore acuto e ritmico.Un suono argentino fatto di metallo. Se non fossi stato fuori dal mondo, dove lunica civilt era quella degli animali e del bosco, lo avrei detto il canto di un martello sulla falce. Ma non poteva essere. E allora cosera? Proveniva dalla costa frontale oltre il bosco che separava la baita dal pendio dei pascoli alti. Al principio non ci badai. Ero avvezzo a ogni tipo di allucinazioni: sonore, visive e pensate.Quel suono continuava. Ascoltai con pi attenzione.Tin-tin-tin. Il ritmo giungeva a tempo, con la precisione dellorologio che batte le ore. Mentre ascoltavo arrotolavo unaltra sigaretta. Pensai alle orrende visioni indotte dalla belladonna e dal vino. Allora credetti che quel suono mi chiamasse come una voce. Era un invito. Ma per dove? A fare cosa? Ammettiamo che fosse davvero un martello sulla falce, chi era il misterioso falciatore? Volevo correre ad accertarmene e nello stesso tempo temevo la delusione di non trovare nessuno. Non per la delusione in s, ero abituato, ma perch avrei avuto la conferma che la mia testa era andata via. Troppi avvenimenti, paure ed ansie lavevano sbriciolata. Speravo che il canto sinterrompesse confermando la tesi del sogno. Invece no. Il martello batteva la falce con la magia dei tempi antichi, quando la montagna viveva di suoni. Voci prodotte da boscaioli, falciatori, contadini. A quel punto, delusione o no, decisi di andare a vedere. E andai. Traversai il bosco sulla linea dei colpi.Mano a mano che avanzavo, il suono si avvicinava. Ero curioso di vedere, constatare, capire. Ora temevo meno la delusione. Presi a correre uscendo dal bosco come la pallottola dalla canna. Intendevo sorprendere, se mai fosse esistito, lignoto battitore. Ma non serviva correre. Luomo era l, sul costone, chino faccia a valle che sistemava il filo alla sua falce. Il sole di settembre rimbalzava dallacciaio al volto del contadino annullandone completamente le sembianze. Mi avvicinai adagio per non spaventarlo. In quel momento lo spaventato ero io. Sul prato sopra di lui, luceva lerba dellautunno incipiente. Verso il basso, ordinati in linee perfette, stavano i filari falciati quel giorno.Maccorsi subito che era il risultato di unesperienza antica.Luomo, forse per il rumore del martello, non percep la mia presenza se non quando vide gli scarponi davanti a lui. Pensavo trasalisse invece non mosse ciglio. Alz lo sguardo adagio e mi fiss. Non seppi dir altro se non balbettare un salve. Poi rimasi nel silenzio della sorpresa.Salve rispose luomo seguitando il suo lavoro. Dopo un po aggiunse: Appena ho finito parliamo. And avanti finch giunse alla punta della falce chiudendo laffilatura con lultimo colpo pi lieve. Era talmente fuori luogo quelluomo, che non sapevo da dove cominciare. Intanto lo osservavo. Avr avuto ottantanni, forse pi. Occhi antichi e quieti, un viso leale e nobile, scolpito da sgorbie poco affilate. Di conseguenza un volto essenziale, ruvido e profondo.Senza dire parola, fiss lattrezzo al manico di legno e riprese a falciare.
Si fermi un attimo dissi, vorrei capire qualcosa, chi 
lei?
Imperterrito, il vecchio avanz verso il margine del prato con archi di falce continui e precisi. Pareva compisse un solo identico gesto. Al termine del giro, alz il ferro, lo pul con una manciata derba, punt il manico in terra e laffil.Me ne intendevo di falciatori, ne avevo conosciuti di ogni calibro, ma uno cos non lavevo mai visto. La cote strideva sullacciaio liberando un sibilo che metteva i brividi.Osservavo la mano di quellinsolito personaggio. Era talmente lesta che stentavo a seguirne il movimento. Quandebbe finito, depose con cura la falce sul prato, vi sedette accanto e disse: Parliamo.
Lei chi ? domandai. Perch  venuto a falciare quass, dove la memoria dellerba  dimenticata da un secolo? Mi guard con tenerezza e compassione.
Sono Giovanni Battista dIncau detto Tita dal Casel disse quieto.
Le chiedo ancora: perch  venuto a tagliare questi prati
dimenticati da Dio, dilaniati non dalle folgori ma dalle unghie
dei morti?
Venivo qui da bambino rispose. Falciavo lerba dei pascoli alti che appena camminavo. Mio padre aveva creato una falce adatta alla mia et. E poi venivo qui da giovane ed ancora dopo. Alla fine, fame e miseria fermarono il canto delle falci e delle scuri. Dovetti emigrare: Svizzera, Argentina, Libia. Ho fatto il boscaiolo spaccandomi la schiena.Anzich tagliare fieno, tagliavo alberi. Anche loro, sotto il filo dellacciaio, tremavano come le erbe di questi monti. Quando un albero cade geme di dolore ed anche lerba geme quando la tagli. Dappertutto  cos. Ma quass, in questi luoghi, avevo limpressione che tutto soffrisse di pi.
Volevo incalzarlo con la domanda che pi mi premeva, e insistetti.
Di nuovo le chiedo perch si  preso la briga di salire
quass, armato di falce, visto che non ha pi ventanni?
Rispose guardando le montagne. Per un ricordo disse mestamente, un ricordo legato agli odori. Volevo accertarmi se il fieno di questi pascoli ha ancora il profumo di allora.
Ce lha? domandai.
S rispose il vecchio, sembra abbia ancora il profumo di un tempo. Gli odori sono memoria. Ma forse mi sbaglio, il mio naso  antico sa, pu essere che non senta pi come quando era giovane.
La natura cambia dissi, si muove.
Non  lerba o lalbero che cambiano, siamo noi a cambiare.
Invecchiando dimentichiamo quello che ci pareva bello.
Tranne i profumi, i lontani odori di casa, il tepore del focolare.
La stanchezza di vivere dissi annienta tutto: colori, profumi e ricordi.
No rispose il vecchio con forza, non  cos. Il dolore pu indurire i cuori, uccidere lentusiasmo, annientare le speranze, ma i profumi restano. Punt il dito in alto e mi chiese: Vede quella montagna lass, quella che pare una cote da falce?.La vedo dissi.
Da giovane mi sembrava meravigliosa. Salivo spesso in punta rischiando la pelle. Oggi mi sembra una pietra insignificante.Ho limpressione che a scalarla  stato solo tempo perso. I profumi, invece, mi regalano sempre antiche emozioni e amicizia. A respirarli  come non fossi invecchiato.Non sono le cose solide a restare nella memoria, bens i profumi, gli odori, i colori del cielo. Nella nostra testa rimane ci che non possiamo toccare. Per questo sono tornato qui, per annusare il vecchio fieno dellinfanzia, lerba della giovent.Essa  ancora verde e profumata, mentre la mia vita, falciata dal dolore,  secca da tanto tempo e non sa di niente.
Dissi: Di dolore me ne intendo, ne so qualcosa anchio, mi creda. Ne so cos tanto che non sento pi gli odori.
Mentivo. Poche ore prima, nella baita, respiravo lacre essenza di foglie marce. A differenza del vecchio, pensai, quello che avevo subto nella vita mi faceva sentire solo odori cattivi. Ma, al punto in cui mi trovavo, erano buoni anche quelli. Cercando la confidenza delluomo, mi sedetti accanto a lui. Calzava scarponi a punta quadra. Al posto del tacco, fissato a chiodi, stava il corto rampone dei montanari detto grif. Tale calzatura viene detta scarpa a grif.Mi dica qualcosa borbottai.
Luomo raccont di aver allevato tre figli, tutti maschi.Era rimasto vedovo presto. Li aveva fatti studiare ma altres aveva loro insegnato gli antichi mestieri, il rapporto con la terra e la natura. A falciare, fare legna, riconoscere le erbe buone, i funghi, conservare la frutta. Sapevano costruire una slitta, fare il formaggio, governare il bestiame.Non si sa mai disse il vecchio, i mestieri occorre saperli.
Se non tutti, tanti s.
Ascoltavo. Poi, come per sdebitarmi, dissi: Si ferma quass a dormire? Ho la baita vicino, da mangiare e bere ce n.
No rispose secco. Torno nella valle. Quel che volevo lho avuto. Ho respirato lultima volta il profumo del fieno dei monti amati. Non mi vedr pi da queste parti. Oltre ai buoni profumi, qui vicino ho percepito lodore acido della morte.
Vestiva allantica: bragoni alla zuava, camicia e panciotto.
Notai la giacca scura appesa al ramo di un maggiociondolo.Mentre osservavo labbigliamento daltri tempi, locchio mi cadde sul manico della falce. Fu il secondo colpo mortale che ricevevo in poco tempo. Mi tremarono ancora le gambe. Se non caddi a terra, fu perch stavo gi seduto.Sulla maniglia anteriore, quella che imprime rotazione al ferro, era inciso qualcosa che conoscevo. Segni che stavano sulle mummie. Accompagnati da due lettere dellalfabeto.Ci misi un po prima di riprendermi e chiedere spiegazioni.
La voce mi tremava. Cosa sono quelle sigle? domandai
al vecchio. Che vogliono dire?
Non lo so rispose Tita dal Casel. Questo manico lho trovato in una stalla abbandonata, molti anni fa. Era quasi nuovo, e ben fatto. Allora, piuttosto che lasciarlo marcire, lho preso per usarlo. E lho usato parecchio, ma proprio non ho idea di cosa vogliano dire quei segni.
Presi in mano lattrezzo e fu come afferrare una barra di ferro incandescente. Lo fissai stupefatto. Quei ghirigori di fianco alle lettere stavano incisi sui corpi delle mummie, ne ero sicuro. Non avendo niente per scrivere, cavai il temperino, sbucciai un maggiociondolo e nella scorza ricopiai ci che stava sul manico della falce. Misi in tasca la scheggia come laltra volta, quando avevo trovato un segno sul sasso denudato dalla valanga. Guardai di nuovo il vecchio.Tita dal Casel aveva cambiato espressione. Notai lo sguardo lontano, come di chi sta per andarsene sapendo di aver dato tutto senza pretendere niente in cambio. Disse: Perch ha tradotto quei segni sulla scorza? Come mai le interessano?.
Raccolgo antiche tracce risposi, testimonianze prive di paternit, nessuno sa chi le ha lasciate. Io vorrei saperlo e mi do da fare. Trascrivo tutto su quaderni. Ne ho riempiti parecchi senza approdare a niente. Sulla sua falce ce ne sono due, darei la vita per sapere chi le ha scritte, e per decifrarle.Tita dal Casel mi guard come se avesse intuito qualcosa.
Ma forse era soltanto la mia impressione.
Butti via quella scorza disse. Le lascio la falce intera, a me non serve pi. Questa  lultima fienagione della vita.Gliela regalo, la tenga per ricordo.
Davvero? domandai.
 sua disse. Tra un po scendo a valle e non torner pi da queste parti.
Allung la mano e strinse la mia quasi a spezzarmi le ossa. Indoss la giacca e savvi lentamente, calpestando il fieno che aveva appena tagliato. Per qualche minuto udii strusciare i pantaloni di fustagno che sfregavano nei passi.Poi niente. Tita dal Casel era sparito dimprovviso comera comparso. Buttai la corteccia di maggiociondolo, raccolsi lattrezzo e piuttosto scosso tornai alla baita. Non rividi mai pi il vecchio Tita. Per molte notti lho ricordato.Pensavo alla falce e vedevo lui, guardavo la falce e udivo la sua voce. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo ancora una volta prima di lasciare questo mondo. Anche solo per qualche minuto.Mai nella vita un uomo mi aveva colpito con quella forza, franchezza e calma misteriosa. Non sono uso a giudizi positivi verso gli esseri umani. Men che meno avvezzo a teneri pensieri. Ma Tita dal Casel in qualche ora si era guadagnato stima perenne.
Da quel momento mi accostai alle mummie con maggiore speranza. Ogni giorno prendevo in mano la falce di quelluomo laborioso, comparso e svanito come unombra, una luce che guizza e poi tramonta. Le lettere sul manico dellattrezzo erano la B e la V. Potevano bastare? Ce lavrei fatta? Non lo sapevo, dovevo provare ancora. Riprendere gli sforzi e insistere. Appesi lattrezzo delluomo esemplare a un chiodo infisso nel muro della baita. Sapevo che prima di uccidermi avrei dato fuoco alla baita con tutto il contenuto.Quando verr lora, prima di sparire nella foiba, appender la falce di Tita ad un ramo dellabete bianco. Quello che butta un filo di resina anche dinverno. Voglio che almeno il suo attrezzo si salvi. Per il resto il buio, la mia vita non conta pi. Trascrissi le nuove lettere sul quaderno e mi buttai sul letto, in attesa di nuovi incubi.
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CAPITOLO 16. Le mummie parlanti.
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Passai due notti e due giorni in attesa di voci o segnali dagli altri mondi. Niente. Ogni tanto prendevo belladonna per avere visioni. E ne avevo, ma non centravano con le mummie. Il terzo giorno cominciai a studiare per decifrare qualcosa. Ormai avevo un bel po di lettere a disposizione.
Conservavo, inoltre, una frase importante appena trovata:
Io sono la morte. Ma chi era la morte? Iniziai come sempre dalla donna giovane. Tentavo, insistevo, cercavo con la caparbiet della martora in caccia. Provavo ad agganciare lettere ai simboli incisi sui corpi. Se non ottenevo niente le spostavo su altri simboli. Cos per interminabili ore.Una notte al lume del petrolio, mi riusc una combinazione.Usando la V scoperta sulla falce di Tita apparve la parola CORVO. Mi batt il cuore come se qualcosa volesse uccidermi.Quante volte avevo visto luccellaccio senza becco? E cosa conteneva il bussolotto di legno scolpito se non il becco di un corvo imperiale? Tremavo e non per mancanza di alcol.
Andai avanti con tenacia notti intere con la speranza di scoprire ancora parole. Mi pareva, anzi ero sicuro, che la notte favorisse il contatto con la fortuna, i morti non amano il giorno. Mi tenevo in forze con belladonna in piccole dosi.Troppa mi portava fantasmi orrendi. Una sera che esagerai tornarono le mummie a cavalcarmi. Mi saltarono addosso una per volta. Quella con le trecce apr la bocca e mi soffi sul viso lalito secolare della morte.
Presto creperai ghign mentre cavalcava il mio membro devastato.
Lo sapevo gi, non serviva ricordarmelo. Ballava su di me col ritmo indiavolato di una che non vedeva un uomo da cento e passa anni. Erano scatenate.
La seconda mummia, quella con i capelli rasati, mentre cavalcava furiosa mi sput nellorecchio altre due parole:
Presto tremerai.
Con la coda dellocchio vidi posati sul tavolo i fiori di legno che tenevano piantati nel sesso. Avevano il gambo insanguinato come se dentro quei corpi rinsecchiti alitasse ancora il ciclo della vita.
La terza mummia, la pi giovane, raggiunto il suo orgasmo brutale, colando un muschio verde dalla bocca, disse:
Presto saprai.
Finito di montarmi, si infilarono ognuna il fiore mostruoso nel sesso e scomparvero. Quella con le trecce lanci una risata che mi gel il sangue. Mentre rideva i suoi denti sallungarono come zanne di cinghiale. Alla fine tornarono normali e lei chiuse la bocca.
Prendevo la belladonna per cercare in altri mondi la soluzione del mistero. Speravo in qualche dritta dai mostri che mi invadevano la mente. Non capivo per la realt. Perch non erano soltanto visioni immaginarie. Quando le mummie scendevano dal mio corpo mi trovavo completamente fracassato e sfinito. Ulteriore prova stava sul mio attrezzo peccatore piagato e contuso. Allora, pensavo, avevano davvero sfogato le remote voglie su di me? Ne ero convinto.Portavo i segni addosso come stigmate. Stigmate dellorrore.Andai avanti nei miei tentativi di decifrare i segni sulle mummie. Sentivo di stare sul sentiero giusto, anche se pieno di frasche, pietre ed inciampi.
Piano piano, scoprii unaltra parola grazie alle lettere sulla falce del Tita. Era BECCO. Ora avevo CORVO e BECCO, due tracce importanti. Uno stava nel contenitore di legno, laltro lo vedevo al buio sul tetto della baita. La curiosit di sapere non mi dava pace, seguitavo a provare e riprovare a ogni ora. Per un po lasciai perdere la mummia giovane e mi dedicai alle altre. Non so perch mi interessavo pi a quella trascurando le due che portavano addosso gli stessi tagli. Era come provassi simpatia per lei. Il perch lo avrei saputo presto e se ci penso mi viene da saltare in un fal.Ma devo andare per ordine, non dire niente prima del tempo, altrimenti rischio di scordare qualcosa.
Una notte che avevo preso belladonna e vino, tornarono a cercarmi i genitori. Da tanto tempo non ricordavo i loro volti. Li rammentavo cattivi e irascibili. Ora mi sembravano buoni e gentili. Mia mamma disse: Vai via da qui, lascia stare tutto, scappa, vai lontano. Aveva la faccia tesa e preoccupata come se corressi un grave pericolo. Tutte le mamme hanno quel volto quando fiutano tragedie. Mio padre invece non mi esortava ad andare via. Per disse questo: Torna gi nella vecchia casa, dammi retta. Abbandona questo posto. Qui  vissuto qualcuno della nostra stirpe. Una razza maledetta. Non  bene stare qui. Mia mamma aggiunse:
Se avessi saputo con chi avevo a che fare sarei fuggita in capo al mondo. Invece la maledizione ha legato anche me al vostro destino infame. Mio padre le calc una mano sulla bocca e disse: Taci. Poi tornai dimprovviso alla realt, la visione svan e i loro volti scomparvero per sempre.Negli incubi successivi non vidi pi i miei genitori. Piano piano dimenticai completamente come erano fatti. Se pensavo a loro, vedevo soltanto i teschi. Allora smisi. Per ogni tanto mi balzavano dentro la testa, per un secondo, come una lampadina che saccende e si fulmina allistante.Un giorno calai in paese e trovai una lettera sotto la porta.
Era del mercante darte. Mi proponeva di trascorrere insieme linverno a Parigi. Io a fare sculture, lui a organizzare mostre. Almeno fino ad aprile, diceva. L per l fui sul punto di accettare. Volevo tenermi lontano dalle mummie, concedermi un po di pace, vedere facce nuove. Pensai allinverno che mi aspettava, alla cerva, alle nevicate, alle gelide stelle che bucavano la neve come proiettili. Avrei trascorso notti silenziose chino sui corpi delle mummie. Ero stanco, lidea di Parigi mi tentava. Lunico dispiacere era la cerva, ma sapevo che se la cavava. Per mi sarebbe mancata. Era lunico essere vivente che avevo accanto. Lunica persona, poich tale la reputavo, che mi dava un po di sollievo.Lascia perdere la Francia dissi tra me. Per rammentai la visione di mia mamma che diceva: Vai via, scappa da quel posto. Non le ubbidii, come ho sempre fatto. Ed ebbi ragione anche se mi cost cara. Decisi di rimanere sul luogo degli incubi, come un ghiro sotto la pergola.
Ripresi a cercare di decifrare quei corpi di cuoio secco che, a furia di maneggiarli, erano diventati lucidi come cera dapi. Al mercante darte non risposi. Prima di farmi fuori avevo intenzione di regalargli tutto. Era un uomo vuoto, sterile ed avaro. Uno attaccato ai soldi. Con gli avari occorre esser generosi, offrir loro pi che si pu. Regalandogli tutto lo facevo contento. Quello dimenticava che si vive poco e male. Voleva fare soldi con le mie sculture. E allora perch non accontentarlo dandogli tutto? In fondo era stato lui a scoprire lo scultore macellaio, come mi definivano i critici, Mi aveva fatto guadagnare quel tanto per le mie ricerche, gli dovevo riconoscenza. E disprezzo. Entrambi non mancavano.Non mi piace la gente che pensa solo al denaro. Li disprezzo con tutte le mie forze. Peccato che me ne restano poche. Cos mi disposi a trascorrere i lunghi mesi freddi in compagnia di tre donne secche e della mia fedelissima cerva.Bevevo e fumavo. Ogni tanto prendevo un po di belladonna per vedere altri mondi. E linverno arriv con i boschi muti e spogli. La neve cominci piano piano a posarsi fitta e quieta. Guardavo i fiocchi vorticare e tra essi passavano uno dopo laltro i ricordi dellestate. E ancora quelli della vita. Esistenza gelida e inutile, la mia. Forse per questo vedevo i ricordi nella neve. Nonostante fossi diventato famoso con le sculture, la mia vita era un fallimento. C chi si accontenta di quel che ha avuto e vissuto. Io no. Non potevo. Ero stato segnato da bambino, rovinato da uneredit maledetta. Tutto mi appariva triste ed indegno. Io stesso ero indegno di vivere. I preti dicono che la vita  sacra.La mia no, rispondo loro. La mia no, cari preti. Quando un uomo si affida ad un animale per avere un po di affetto,  meglio che crepi.
Quellinverno nevic parecchio. O forse mi pareva, non ero sicuro. Ogni inverno dicevo cos, che aveva nevicato pi del solito. La stufa divorava ceppi di carpino giorno e notte.Per accedere alle cataste avevo scavato un sentiero con la pala. Avevo perduto lidea del tempo. Intuii Natale dai rintocchi delle campane che salivano dai paesi di fondovalle.Squillavano i campanili di mezzanotte. Intuii anche il termine dellanno dai bagliori dei fal che incendiavano lalba ancora lontana. Ero solo e sentivo nostalgia. Pensavo ai Natali dellinfanzia. Anche se avevo una famiglia disgraziata, mi regalavano emozioni. Ora non pi. Ormai niente e nessuno poteva resuscitare lanima spenta che mi galleggiava dentro. I sentimenti erano pesci morti su quella superficie.La neve intanto cresceva ovattando i boschi e i rumori delle notti insonni. Non sentivo pi gli animali gemere, n rantolare i gufi, n i lamenti dei rapaci notturni. Ogni tanto, come una fucilata, arrivava lo schiocco secco di un ramo che si arrendeva al peso della neve. Nientaltro. Solo il lento ticchettare di quella polvere impalpabile che riempiva le valli di bianco e di silenzio. La neve cresceva e crescevano anche le speranze di venire a capo del mistero. Ero convinto di esserci vicino.
Una notte rimbomb la valanga. Scivol dal monte Ludinia a spazzare la Cuna dei Morti. Me ne accorsi il mattino dopo. Esplorando col binocolo, notai lapidi di roccia rovesciate in terra e alberi spaccati. Brutto segno, pensai. Non era mai arrivata fin laggi. La natura si era stufata degli uomini?Forse stava tirando le somme per punirli con qualche disastro? Non lo sapevo e nemmeno minteressava. Che mimportava, in fondo, quel che sarebbe successo? Una volta risolto il dilemma sarei uscito di scena, il mondo andasse pure in malora.
Seduto vicino alla stufa rovente, seguitavo a studiare le mummie. Le giravo e rigiravo tra le mani cercando nellenigma dei tagli la chiave del mistero. Nevicava come mai avevo visto in vita mia. La neve superava di parecchio le finestre. Vorticava sul mondo come un vento ostile di polvere bianca. Mi sembrava esprimesse la faccia cattiva di chi  arrabbiato. La cerva dormiva tranquilla. Anche la natura dormiva nellabbraccio dellinverno. Quel soffiare di vento non era altro che il suo respiro. Ci che agli uomini sembra enorme e pericoloso, per la natura  pulviscolo. Al calar della sera mi stesi sul pagliericcio a godermi un po di pace, cosa rara in me. Mi sentivo quasi bene circondato dal silenzio degli spiriti invernali. Avevo udito la voce delle mummie annunciare eventi. Fosse qualsiasi cosa, non temevo nulla.Ero solo agitato di curiosit. Quelle donne atrofizzate non parlavano a vanvera. Posai una mano sulla testa della cerva stesa accanto a me e mi addormentai. Prima di chiudere gli occhi, udii lontano lorgasmo del pivasn nella tormenta.Sperai morisse congelato, quel bastardo. Ma non mor e me ne accorsi presto.
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CAPITOLO 17. Sentore di valanga.
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In una di quelle lunghe e solitarie notti, fui investito da una valanga che mi lasci morto, anche se ero vivo e cosciente.Forse era fine gennaio o febbraio, di preciso non ricordo. Ormai so ben poco di me, del tempo e delle stagioni.Vorrei non sapere niente di niente. So che la neve fumava come se ardesse ma non si scioglieva. Anzi, era solida come marmo. Non distinguevo quasi gli alberi uno dallaltro. Ero in totale confusione, faticavo a condurre il pi semplice ragionamento. La valanga mi aveva demolito dentro e fuori. Qualcuno si chieder cosa ero andato a fare, di notte, sulla montagna. Non  cos. La valanga mi invest dentro la baita. Stavo al calduccio nella tana quando sostenni lurto del cataclisma. Sono vivo, non ho la minima ferita ma porto il terrore dentro la testa e nellanima.Unanima spenta, liquefatta in un mare dinchiostro. E i sentimenti che galleggiano su quel mare come pesci morti.Ma veniamo a quella notte.
Come al solito studiavo le mummie. Agganciavo caparbiamente lettere a segni, segni a lettere e via cos. Tentavo e ritentavo ma ancora non veniva fuori niente. Poi, sul far dellalba, come solitarie stelle cadenti, cominciarono a balenare parole. Rimasi fulminato. Veloce iniziai a trascrivere quei buoni indizi sui quaderni. Era ancora poca roba, per.Mi balz in mente di esaminare il bussolotto scolpito, contenente il becco del corvo imperiale. Pensai che dai segni incisi sul legno poteva venir fuori qualcosa. Sfilai il contenitore dal muro e cominciai procedendo a casaccio. Prova e riprova, alla fine assegnai una Q e una U a due tagli uno accosto allaltro, che precedevano una I. Avevo la parola QUI. Il segno successivo era sconosciuto, ma poi ne seguivano altri cinque che mi pareva di conoscere. Controllai sul quaderno e ricordavo bene, erano tutti segni gi decifrati e associati a lettere. Non solo. Erano anche in un ordine tale che se avessi dato al segno ignoto il valore di una D, avrei ottenuto la parola DENTRO.
Poteva essere QUI DENTRO. Dentro dove? Pensai. Era ovvio, dentro al bussolotto. Ancora una volta dovetti stendermi vinto dallemozione. Forse avevo trovato la chiave?Chiss. Mi agitai, invece dovevo stare calmo. Quel che era scoperto non sarebbe pi scappato. Avevo urgenza di continuare, sapere. Andai avanti come un pazzo invasato, componendo e disfacendo, provando e sospendendo. La valanga, come ho detto, cal di notte, ma lurto che sfond parzialmente luscio del mistero arriv verso lalba. Stavo talmente concentrato che nemmeno udii la cerva dare zoccolate alla porta. Sospesi il lavoro, aprii e mi trovai davanti un muro di neve. Per calmare leccitazione presi il badile ed iniziai a scavare, la bestiola voleva uscire. Lavorai pi di unora prima di fendere il muro di neve. La cerva balz fuori in un lampo, come spaventata da qualcosa.La terrorizzava che cosa? Forse la verit che stava per sortire dai corpi delle mummie? Pensando a questo le fissai una per una, attentamente. Per la prima volta mi sembr che i loro volti fossero rilassati. Poteva essere leffetto della belladonna, ma ebbi questa impressione e non dico altro.Rimasi chiuso nella tana sette giorni e sette notti.Lavoravo sulle donne secche ininterrottamente. Affidavo ai quaderni ci che mano a mano venivo decifrando. Non era molto, allinizio, ma ogni giorno rimpinguavo il bottino.Cominciai dal collo, leggendo da sinistra verso destra, come un libro. Un libro mostruoso, con pagine non di carta ma di pelle umana. Procedevo a fatica, mediante tentativi.Non sempre le lettere davano risultati. Allora occorreva cambiare, spostare, provare. Soprattutto insistere. Ma devo dire, pi decifravo pi diventava facile arricchirmi di qualche successo. Quando ebbi in mano alcuni spezzoni di frasi di senso compiuto, cominciai ad avere paura. La curiosit premeva e andavo avanti. Allalba della settima notte mi travolse la valanga.
Dopo anni di tentativi, fatiche, delusioni, su quei corpi stavo leggendo spezzoni di una storia. E da quel che intuivo, non era inventata. Erano fatti accaduti. Decifrando un po della prima mummia, sentii il soffio della valanga che si muoveva. Pensai che finisse l, solo quel fiato e basta.Invece non fu cos. Notai che la cerva era senza pace. Seguitava a scalpitare, voleva uscire. Avevo notato una cosa strana.Finch lavoravo sul corpo delle donne vecchie la cerva stava quieta. Appena maneggiavo quella pi giovane, la bestiola sagitava e voleva scappar fuori. Strano, pensai. Ormai avevo abbastanza lettere associate ai segni. A furia di provare trovai alcune soluzioni. Apparvero parole che mancavano, parole oscure da far venire i brividi e pulsare le vene ai polsi. Decifravo, trascrivevo e tremavo. La valanga si apprestava a demolirmi corpo e anima. Ma sempre adagio, pareva non avesse fretta di partire. Sapevo che prima o dopo sarebbe calata a seppellirmi. Ma sapevo altres che non sarebbe partita prima che terminassi il lavoro. Ero messo abbastanza bene. Devo dire che un aiuto importante me lo aveva fornito Tita dal Casel, con quelle sigle sulla sua falce.Sar grato in eterno a quelluomo misterioso, comparso dimprovviso e svanito nel nulla.
Lottava notte fu importante. Mi ero incrodato nel buio, come un rocciatore sorpreso dalla bufera. Non venivo a capo di alcuni segni sul corpo della mummia giovane. Tentavo e ritentavo senza sosta. Niente, la storia si era fermata.Nella disperazione, presi polvere di belladonna e vino. Voltai la mummia verso di me e fissai il fiore di legno che teneva conficcato tra le gambe. Con delicatezza provai a estrarlo dallinquietante sede ma non ci fu verso. Era come incollato a quelle labbra che un tempo, pensai, avevano pulsato nellamore. Il volto delluomo scolpito tra i petali mi guardava.Pareva chiedesse piet, o pace, o giustizia. Non capivo bene, per mi fissava. Tirai un po pi forte per togliere quel fiore mostruoso e studiarlo. Niente da fare, non veniva via, avrei rischiato di frantumarlo. Era cos delicato da imporre cautela. Volevo vedere se cera qualcosa sotto i petali. Mi stupii di non averci pensato prima. Occorreva la belladonna a farmi concentrare su quel punto. Poi i fiori diventarono tanti. Apparivano a mazzi sulle pareti della baita. Quei fiori, non altri. Fiori che al posto di pistilli avevano tre volti di uomini giovani, tristi e spaventati.
Passato leffetto della polvere e del vino, ragionai. Mi balen unidea per guardare sotto i petali. Staccai dal chiodo lo specchio e lo feci a pezzi. Cos, sette anni di sciagure me li ero assicurati. Ma non li temevo, lintera mia vita era stata ununica disgrazia. Presi una scheggia di quello specchio e la infilai sotto i petali inclinandola leggermente. Ricevetti un colpo da togliere il fiato. Sul legno stavano incise alcune lettere con relativi riferimenti ai segni sulle mummie.Nonch un nome che pensai appartenesse alluomo raffigurato sul fiore. Non ci potevo credere. Per la prima volta scoprivo parole compiute anzich sigle, lettere e ghirigori. Esplorai con minuzia tutti e tre i fiori. I nomi trovati erano questi:
Sistano, Issagno e Furiano. Sistano stava sul fiore della donna con le trecce. Issagno su quello della mummia dai capelli rasati. Furiano sul fiore della terza mummia. Ecco perch lottava notte fu importante. Avevo scoperto molte cose.Le lettere apparse erano roba grossa, me ne accorsi subito.E forse ora sapevo anche i nomi dei volti sui fiori. Certezze non ne potevo avere, per insistevo. Andavo avanti a decifrare, comporre, leggere e trascrivere. Con i nuovi materiali la faccenda divenne un po pi semplice ma non meno inquietante.Costruivo, cancellavo, riprovavo, ottenevo, inorridivo e tremavo. Spesso dovevo sospendere a riprender fiato. Mi buttavo sul giaciglio addormentandomi come se non volessi pi sapere nulla. Invece volevo sapere. Lavoravo di notte, riposavo di giorno. Bevevo vino e ogni tanto sniffavo una presa di belladonna. Volevo illudermi che tutto fosse un incubo. O che stessi sognando. Invece non era cos. Non si trattava del movimento tumultuoso degli incubi ma della nuda, orrida realt. Me ne accorgevo appena tornavo a posto.
Fuori nel frattempo sera risvegliato linverno col suo volto antico. A dire il vero non si era mai assopito del tutto.Sbadigliava nelle sere di luna, potevo udirne il respiro.Sentivo la neve carezzare la notte col fruscio di una brezza leggera. Spesso cambiava grana, tintinnava sul ghiaccio come grandine sui vetri. A volte cessava di colpo precipitando la natura in un mortale silenzio. Quando ero bambino, non avrei mai definito mortale il silenzio. Lo ascoltavo e basta. Ora non pi. Adesso, quel silenzio e quella solitudine mi uccidevano come fucilate in faccia. Troncavano ogni scintilla vitale. Tante volte, nelle notti interminabili e cupe, non ne potevo pi e pensavo dimpiccarmi. Volevo cedere, abbandonare tutto. Poi rimandavo. Dovevo penetrare nelle viscere delle mummie, capire, sapere cosera accaduto a quelle donne.
Cadde molta neve. Mi toccava spalare di continuo per uscire allaperto. Sentivo rombare le valanghe a ogni ora.Alcune passavano a destra e sinistra della baita. Abbastanza distanti per stare sicuro. Gli antenati costruivano nei posti giusti. Impiegavano secoli a studiare la natura, tramandandosi nozioni di padre in figlio, di nonno in nipote. Non alzavano nemmeno un pollaio se il luogo non era certo.
Dopo le ultime scoperte, mi strangolavano alcuni dubbi e parecchie ansie. Da un lato volevo leggere il libro dalle pagine di pelle umana. Dallaltro temevo il mistero delle mummie come veleno. Alcune frasi, accenni, voci rivelavano cose da far accapponare la pelle. Erano emerse parole come tortura, morte, sangue, odio. Dovevo fare in fretta.Sentivo che quello sarebbe stato lultimo inverno. Nonostante la stanchezza, il dolore e la fine imminente, volevo godermelo tutto. Se le cose fossero andate come pensavo, mi sarei ucciso a primavera, sotto il canto dei cuculi.Pi che ucciso mi sarei lasciato morire di fame, nella foiba, dove lunico amico era un insetto muto, che viveva sul fondo della pozza.
Di giorno guardavo i fiocchi cadere. In ognuno vedevo un volto, una storia, un episodio vissuto nel sogno. Io ero caduto sulla terra come un fiocco di neve ma fu un incidente, non mi volevano. Allora meglio andare. Tra poco il disgelo delloblio avrebbe sciolto il ricordo e trascinato il mio nome lontano, nel nulla. Allinferno tutto! I fiocchi nellaria erano piume leggre, fitte e vorticanti come fiori di soffione squassati dal vento. Ma quando toccavano il suolo sappesantivano come tronchi in catasta. Morivano uno sullaltro, chiudendo gli occhi tra la neve arrivata prima. Tutto pesa appena tocca terra. Fuori dalla pancia della madre diventiamo pesanti, schiacciamo il suolo, la natura, la vita senza nemmeno rendercene conto. Riflettevo su questo mentre guardavo i fiocchi cadere. Chiudevo gli occhi prima che toccassero terra, non volevo vedere la pesantezza del mondo in quelle piume leggre. Ricordavo sovente un ragazzo che nel 1910 si era sparato in testa dopo aver terminato la tesi di laurea. Chiusi gli studi, chiuse la vita. Sosteneva che un peso pesa, perci il suo destino  cadere, andare gi. E cos lesistenza se non un continuo precipitare nel dolore, nella malattia, nella morte?Appena nati si comincia a cadere, non c scampo. Io la penso cos. Per i fiocchi, prima che atterrassero li vedevo ancora leggeri. Per qualche giorno mi godetti lultimo inverno, assaporai la quiete ascoltando il canto della neve e provando, qua e l, alcuni attimi di pace.
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CAPITOLO 18. La valanga.
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Dopo la pausa di quiete e pace che, in verit, raramente avevo provato, ripresi con tenacia lo studio sulle mummie.Ormai avevo elementi per sperare, ma la tiravo lunga rallentato dal terrore. Alla fine, deciso a far cessare la tortura di sapere, mi buttai nellimpresa con fredda decisione. In fondo che potevo temere? Ero gi morto! Le lettere sotto i fiori del sesso davano speranze di partire e concludere. Allora iniziai a testa bassa senza pi pensare a nulla. Linverno tossiva i suoi malanni, il vento turbinava, la neve andava e veniva e il gelo metteva occhiali di ghiaccio sul volto delle pozze e dei ruscelli. Io stavo al centro di tutto questo pronto a togliere un velo. La cerva mi guardava timida, dolce e triste. Pareva intuisse che ne avevo per poco. Ancora non sospettavo che un filo misterioso mi legava a quella bestiola mite e fedele come una sposa. Lo avrei saputo presto.Disposi i quaderni sul tavolo bene in ordine ed illuminati.
Mano a mano che trovavo sui corpi una parola che ne agganciava unaltra e unaltra ancora, fino a darmi una frase, la trascrivevo in stampatello sulla pagina. Lavoravo prima in brutta e quando ero certo di un risultato lo trasferivo in bella.
Una notte mi sovvenne di non aver pi udito la voce del mercante darte n il canto del pivasn. Devo dire che la loro assenza non mi pesava affatto, anzi! Pi mi stavano alla larga meglio era per me. Non avrei saputo dire chi dei due fosse peggiore. O il pi lugubre. Uno superava laltro e viceversa. Sapevo, per, che se il primo potevo levarmelo di torno quando volevo, col secondo invece un giorno o laltro dovevo fare i conti. Ero pronto. Una fucilata e via, ognuno al proprio posto. Per ammazzarlo avrei dovuto vederlo e vedendolo sarei morto. Quello che desideravo.La foiba era l, in attesa. Pensai, visto che i due si equivalevano, di sparare anche al mercante. Poi riflettei che doveva vivere per sentire il peso dei soldi, la paura di esser ricco. Allora decisi di risparmiarlo. Anzi, come ho gi detto, gli avrei lasciato tutte le mie sculture e la fama, affinch sarricchisse ulteriormente di soldi e gloria. Sarebbe vissuto nel terrore. Avrebbe capito che il denaro non d la pace ma preoccupazioni e ansie. Il ricco  sotto mira, deve stare attento. Alla lunga, per difendersi, diventa egoista e vigliacco.Peggio per lui. Dedussi, quindi, che era meglio il pivasn che il mercante darte. Sul quaderno in bella, le righe cominciavano a dare qualche notizia. Alla seconda pagina il sangue tendeva a gelare ed indurirsi come marmo.Che cosa leggevo? Che storia balzava dai corpi martoriati?Avevo forse sbagliato a tradurre? Non credo, la via era quella. Guardavo le mummie. Al riverbero tremolante di alcune candele e del lume a petrolio, avevo limpressione si muovessero contorcendo i corpi come vermi tagliati dal badile.Quando le fiammelle sospendevano il tremore, i corpi martoriati stendevano le membra, quiete e rilassate come nel sospiro prima del sonno. Questo vedevo. Cercavo di controllarmi evitando ogni pensiero. Ma quelli giungevano come martellate. Non poteva esser vero quello che scoprivo.Allora, rifiutandomi di credere, ripetei loperazione dallinizio. Credevo di aver sbagliato qualcosa. Il risultato fu identico, la via era giusta. Una storia di orrore, morte e violenza inaudita, balzava a gocce di sangue da quelle pagine di pelle umana indurita dal tempo. Stavo morendo anchio: di paura, dolore e verit. Ogni tanto mi fermavo a tirare fiato. Per modo di dire. Ripassavo anche venti volte quello che faticosamente avevo scoperto. Tremavo. Pensavo che un uomo alla soglia della morte non temesse niente, non provasse pi alcuna paura. Invece non era cos. Il romanzo che leggevo su quei corpi avvizziti mi faceva perdere le forze, tremare le gambe, il cuore si spaccava a battere, il cervello rifiutava di credere. Ed era solo linizio. La valanga stava accumulando neve per partire. Tutti quei miliardi e miliardi di fiocchi, leggeri come piume, non uno uguale allaltro, erano diventati peso. E il peso, diceva quel ragazzo, deve cadere. La valanga che mi avrebbe schiantato era diversa dalle altre, come i fiocchi di orrore che la componevano.Per leggere le mummie dovevo farle girare piano piano nel timore di rompere il fiore di legno piantato tra le gambe. Maneggiavo orripilanti rotoli di pergamene umane.Raramente le guardavo in faccia. Lo avevo fatto, ora non pi. Adesso, su quei visi contorti, in quelle mascelle divelte dallurlo, dentro quegli occhi sbarrati, leggevo un lungo tempo di terrore.
Passavano i giorni dentro ai quali trovavo scampoli di riposo.
Trascorrevo le notti nel grembo della tana. Vegliavo le donne secche, scorrendo tra le mani il lugubre rosario di parole inquietanti. Mi rendevo conto che piano piano i fatti prendevano forma. Una notte fui costretto dalla paura a sospendere per lennesima volta. Posai la matita tremante e mi buttai sul pagliericcio. Fissai a lungo le parole appena riportate su carta. Era venuto fuori un nome appartenente alla mia famiglia, quella antica ormai dispersa, dimenticata nei secoli. Erano i Galvan. In paese venivano indicati come quelli di Galvan, un nostro antenato. Si chiamava Galvano ed era presumo il capostipite. Oppure uno dei capostipite, non so. Gente comunque vissuta un secolo e mezzo prima. Solo qualcosa di loro a voce  stato tramandato.Si diceva che Galvano avesse ucciso, spaccandola in tocchi con la scure, una donna. Poi aveva fatto bollire i pezzi e li aveva dati in pasto ai cani. Questo si diceva. Mi sono sempre rifiutato di credere a quella storia. Anchio odio le donne, ma da qui a macellarle e lessarle ne passa. Se macello qualcosa sono le figure femminili che scolpisco. Quelle hanno corpi di legno, non sentono male. La sorella gemella di Galvano si chiamava Galvana. Fu uccisa nella sua casera da Firmin De Bono e il compare, dopo che lavevano violentata. Adesso quella baita, solitaria, remota, fuori dal mondo porta il suo nome. Ma vedo che sto camminando oltre il sentiero, devo tornare al vecchio tracciato. Pensai parecchio allantenato. Ancora non sapevo completamente ci che sarebbe emerso dal corpo delle mummie. Ma devo andare per ordine.
Dopo una notte di febbrile lavoro sul corpo della mummia giovane, isolai la frase Io sono di quelli di Galvan. Precedeva quella scoperta tempo addietro, cio Io sono la morte.Risultava questo: Io sono di quelli di Galvan, io sono la morte. Ecco dove si appendeva la vecchia frase! Il mio bisavolo affermava di essere la morte. Lo dichiarava sul corpo delle mummie. Ma in che modo? E perch? Lo avrei saputo presto, e sarebbe stato meglio di no. Da quel momento in avanti, ogni volta che trovavo una parola o un pezzo di frase, avevo limpressione di strappare un lembo di pelle dai corpi rinsecchiti. Era come se le donne vivessero, riprendessero la carne tiepida e molle della vita. Mi pareva vedere i buchi da dove le parole balzavano a comporre qualche frase. Ormai ero un malato di mente, tiravo su polvere di belladonna, tutto poteva essere o accadere.
Una sera volevo calare in paese a prendere vino e vedere se cerano lettere del mercante o qualche novit. Non minteressava chi era morto o chi era vivo in quel villaggio di miserabili. Li disprezzavo assieme alle loro donne sporche. A uno che sta per suicidarsi, non interessa la morte degli altri. E nemmeno la sua. Avevo staccato le ciaspe dal chiodo, quando guardai il cielo e mi sembr volesse buttarmi addosso le stelle. Ununghia di luna puntava la gobba a levante, stava calando. Il miglior periodo per tagliare legname. Anche se stavo per morire, pensavo al taglio del bosco come avevo imparato da piccolo.  difficile dimenticare la natura, quando ti  cresciuta dentro come unerba medicinale. Ricordai un amico di mio padre.Stava sul letto di morte, alla fine del sentiero. Prima di chiudere gli occhi, avvert i figli di non tagliare certi alberi del bosco. Poi elenc quelli da tagliare avvertendo: Solo in calo di luna a gennaio. Testimonianza estrema della passione per la terra e il rispetto della natura. Quel cielo pieno di stelle, nitide e lucenti come gocce congelate, diceva di non muovermi. Ebbi questa sensazione. Metti via le ciaspe, rimani dove sei, ci saranno sorprese. Ascoltai il consiglio delle stelle e non scesi al paese delle bestie feroci.Laggi mi odiavano tutti ma io li odiavo il doppio. E il mio odio, vi garantisco, prima o dopo dar i suoi frutti.Anche dopo morto il mio odio frugher nei corpi di quella gente infame. Non ho paura, ormai. Una volta quando ero piccolo ne avevo, ora non pi. Ma loro dovranno averne tanta. Solo ricordando il mio nome tremeranno di paura.Li ho maledetti tutti. Non voglio perdonare niente a nessuno.Ho patito linferno per causa loro,  ora che paghino caro. Quando sar morto avranno quello che si meritano.Ma questa  unaltra storia. Quella notte ebbi ragione ad ascoltare le stelle di ghiaccio e il cielo congelato. Caricai la stufa di ceppi solidi come osso. Faceva freddo. Lacqua della sorgente era foderata di ghiaccio, pareva scorresse dentro un bottiglione. La cerva rimaneva accucciata accanto al letto. Le mummie sul tavolo aspettavano di esser lette. Rabbrividivo di fronte a quei libri orrendi scritti su carne umana. Ma dovevo per forza voltarne le pagine.Una alla volta, con calma, andare avanti e sapere. Morte.Quella parola scavava dentro di me come una sgorbia nel cirmolo.
Una notte uscii di nuovo per ascoltar le stelle. Forse avevano da dirmi ancora qualcosa. Fuori era il freddo delle Siberie, stentavo a tirare il fiato. Mi bruciavano le narici come se laria scottasse. Invece era il freddo della terra a bruciare.Lavoravo alle mummie con tenacia finch non mi accasciavo sul giaciglio. Un poco per volta la storia prendeva forma e io prendevo paura. Era una forma contorta e nauseante, inaccettabile per ogni mente umana. Non potevo credere a ci che usciva dai corpi torturati. Un pus marcescente dallodore insopportabile di odio, ferocia, violenza e raffinata follia. Stava per finire gennaio quando voltai le ultime pagine. Minacciava ancora neve. Il cielo aveva il colore grigio della cenere morta. Grigio uniforme e compatto come un catino di latte acido. Camminavo per la stanza avanti e indietro, misurando i passi come chi cammina al buio. Quel buio era calato dentro di me, e non mi dava pace, e non veniva lume a rischiararlo. Pensavo a quel che avevo scoperto, letto e giudicato. Il lavoro non era completo ma ormai sapevo abbastanza. Il risultato mi pareva impossibile.La mia famiglia, i miei antenati, lorrore, la morte!Tutto inciso su quei corpi. Nonostante inquietudini e paure ero determinato ad andare avanti. E andai. Non ricordo se fu alla ventesima notte o pi in l che tradussi lultima pagina di quei libri umani. So che era tornato sereno e luceva la luna. Laboriosamente trascrissi ogni cosa in bella e rilessi attentamente. A quel punto la valanga part e travolse tutto. La montagna trem, il fiato della morte mi entr nellanima gi allarmata dagli avvisi. Era neve nera, violenta e brutale. Neve che non calava dal cielo, saliva dallinferno.Veniva su spaccando la terra congelata, sbriciolando la neve bianca dellinverno, sradicando alberi e raspando le rocce argentate di luna.
Quello che stava scritto sulla pelle martoriata delle donne, mai riuscirei a dirlo con parole mie. Non ho i mezzi n la forza per descrivere quei fatti. Li far dire a lui, il protagonista di questa storia. Racconter con la sua voce incisa sulla pelle di tre donne. Io da questo momento sono fuori, mi faccio da parte. Rientrer prima di uccidermi, per gli ultimi dettagli e alcune disposizioni. Poi cantatemi un amen.Sulle pagine di carne indurita stava scritto ci che leggerete di sguito. Non ho cambiato un segno, n addolcito parole tremende con altre pi tenui. Niente di tutto questo.Ci che ho trovato, quello ho trascritto. Se qualcuno non arriver in fondo posso comprendere. Ho stentato anchio che non ho nulla da perdere. I fatti erano cos insostenibili che dovevo fermarmi spesso. Insopportabili al cuore anche per uno come me. Mi sconvolgeva lidea che nella faccenda fossero protagonisti componenti della mia famiglia, seppur lontani nel tempo. Ora sapevo perch odiavo le donne. Era una lebbra ereditaria, una maledizione che passava di padre in figlio, come lacqua da una tegola allaltra. Per fortuna ero rimasto lunico di quella genia infame. Morto io tutti estinti. Finalmente non avremmo pi fatto male a nessuno.Perch anchio, nella mia torbida esistenza ho fatto del male. Noi di Galvan siamo nati per questo: far soffrire, provocare dolore agli altri. Fisico e morale. Nessuno pu starmi vicino, sono inaccessibile ed insopportabile. Confesso che non provo desiderio di qualcuno accanto. Ho la cerva che mi tiene compagnia, basta e avanza. Non ho avuto affetto da piccolo, non lo voglio adesso. E poi a che scopo?Sto per morire, non mi serve niente. Non ho avuto amore neanche da giovane. Colpa mia, non lo volevo. Ora comprendo molte cose. Le mummie hanno parlato con la bocca chiusa, come il fiore che tengono serrato tra le gambe.Hanno parlato i loro corpi torturati, i loro volti sfigurati dal terrore.Non  possibile che un uomo giunga a tale ferocia, a tanta crudelt consapevole. Cos pensavo. Invece era possibile, lo dicevano le mummie nel loro silenzio. Adesso taglio corto e vengo ai tre libri di pelle umana. Il racconto sta qui di sguito, per un po lascio parlare linfame antenato.Intanto preparo il salto allaltro mondo a scoprire chi trover allinferno. Ne trover tanti, compresi gli amici morti malamente. Quelli che odiavano le donne peggio di me.
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CAPITOLO 19. La storia.
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Sedetevi e ascoltate, il mio antenato diceva questo:
Io sono di quelli di Galvan, io sono la morte. So di esser stato malidetto prima di nascere. Nella pancia malata di mia madre era entrato il diavolo e son nato io. Sono cattivo. Fin da bambino mi piaceva il male. Torturavo gli animali con soddisfazione. Buttavo le gatte nei grandi formicai dopo averle legate col fil di ferro che non scappasse. Le formiche le copriva di morsi. Oppure le bruciavo vive. Solo perch le vedevo andare coi gatti. Sapevo che ci andavano e avevo rabbia. Ma facevo di peggio. Imbevevo le galline di petrolio e gli davo fuoco. Me la godevo a vederle correre con le fiamme addosso. Finch cadevano in agonia. Le lasciavo morire cos, mezze arrostite, senza finirle. Dovevano sentir male. Ai galli non facevo niente. E neanche ai gatti maschi.Ce lavevo con le femmine. Una volta, con un ferro da calza puntito sulla mola forai gli occhi alla capra di mia nonna.Lunica che ci dava latte. Lavevo vista farsi montare dal becco e non lo sopportavo. Quando vedevo quelle cose, femmine che si facevano montare, non capivo pi niente.Spiavo i contadini che portava la vacca al toro. Quando andava via tutti, entravo nella stalla col bastone e picchiavo a pi non posso quelle troie che aveva ricevuto il toro nella pancia.Sotto i colpi il pelo si alzava in lunghe vesciche. Me la godevo. Intorno ai tredici anni avevo visto mia mamma farsi montare da mio padre.  da l che part tutto. Ma listinto cattivo lo avevo anche prima. Mio padre teneva una merla in gabbia per la riproduzione. Quando era ora faceva i piccoli.Una sera la presi e la buttai contro il muro come un sasso.Stecchita. Schizz sangue sulla malta della parete. Mio padre andava a caccia e aveva cani. Una volta vidi il cane e la cagna fare quello che faceva il becco con la capra. In ultima rest attaccati come fa loro. Li spiai finch ave finito.Poi uccisi la cagna a badilate. Era ancora attaccata.Quando cadde, il cane per scappare la trascinava. Questo  niente, il bello aveva da venire. Pi torturavo bestie pi avevo voglia di farlo. Ricordo che legavo una pietra al collo delle anatre e le buttavo nella fontana dove cera una grossa vasca, per vedere quanto resisteva. Dopo un certo tempo moriva.Ce lavevo con le femmine. Di ogni sorta, umane ed animali.Non ho mai avuto storie con donne. Solo una, quando avevo ventanni. La macellai con la scure, dopo un anno.Feci bollire i pezzi e li detti da mangiare ai cani, i quali lasci solo i ossi. Li seppellii nel campo. Ma qui ero grande.Lammazzai perch una volta finito, non sopportavo le sue gambe allargate e quel topo nero in mezzo. Mi prese un impeto e la feci fuori. Nissuno sap niente. Quando mi visitavano i diavoli, uccidevo qualche donna. Ventidue in tutto, ma nel giro di parecchi anni. Prima le adoperavo come fusse cagne, poi le strangolavo. Vicino al paese si apre una spaccatura nella roccia col fondo senza fondo. Gente  stata buttata gi. Io buttavo le donne morte in piena notte. Ne ho buttate di vive, per sentirle urlare. E urlava fino a che non batteva sul fondo. Prima mi divertivo a torturarle. Le pungevo col mio pugnale. Tentava di scappare ma era chiuse nella stalla. Avevo una casa vicino al bosco, nissuno poteva sentirle. Se reagiva le calmavo a calci nella pancia. Su di loro facevo quello che volevo. Piccoli buchi con la punta del pugnale, tagli poco fondi. Poi passavo il sale delle vacche sulla pelle. A quel punto urlava sul serio. Quando mi stufavo gli mettevo un straccio in bocca e una fascia intorno la testa. Due  morte soffocate. Peccato, dovevo ancora divertirmi. Fu dentro una di quelle notti urlanti che mi capit lidea di scrivere sui corpi quel che facevo. Ma lo feci molto dopo. Intanto seguitavo a torturare donne. Mio padre faceva uguale, e anche mio nonno, ma loro non le uccideva.Siamo nati malvagi, noi dei Galvan. E io peggio di tutti.Con la donna che macellai da giovane avevo avuto una figlia. Non mi piaceva neanche lei, era femmina. Ma quella non lavevo mai toccata. Finch non sincominci a sospettare di me. Una vecchia mi aveva visto di notte andare verso la fenditura con un fagotto sulle spalle. Fui costretto a ucciderla. Mancava troppe donne nel paese ed in quelli vicini.Le avevo ammazzate io, quelle puttane. A quei tempi ero un belluomo e molte veniva con me. Non immaginava cosa sarebbe successo. Quando intuii che mi sospettava, uccisi mia figlia pugnalandola dieci volte. La feci trovare vicino la fontana. Aveva un moroso che odiavo e odiavo anche mia figlia che si faceva montare da questo. Allora feci fuori anche lui, ma un mese dopo. Lo tramortii con un palo, poi lo strangolai con la cinghia dei suoi pantaloni. E gi nella foiba. Io sono uno scultore di quei che in giro ce n pochi.Scolpii il viso di quelluomo dentro un fiore di cirmolo.Lasciai il gambo lungo, mi serviva cos. Al funerale di mia figlia facevo finta di piangere. Poi andai di notte e la cavai dalla fossa. Era luna piena. Mia figlia non aveva nemmeno ventanni. Sistemai la tomba come prima e la portai a spalle nella baita, sulla montagna. Lass, fuori dal mondo, decisi di inventare una scrittura mia. E incidere sul corpo di mia figlia quel che avevo fatto. Intanto la chiusi in unintercapedine del muro, dove secc. Prima le infilai tra le gambe il fiore di legno col volto del fidanzato perch se lo tenesse stretto. Come sfregio supremo le trapassai i seni con un lungo spillone, staccai la fibbia dalla cinghia del suo uomo e gliela infilai nel dito grosso del piede. Nel frattempo studiavo che tipo di scrittura inventare. Copiavo segni dalle foglie dei rami, da crepe sulle rocce, ghirigori sulle cortecce, e anche da insetti, corna di cervi volanti e penne di uccelli.A ogni segno davo una lettera dellalfabeto. Mi ero scritto tutto su un quaderno che alla fine avrei bruciato. Avrei lasciato solo poche tracce, ben nascoste, con alcuni segni abbinati alle lettere. Se qualcuno si fusse imbattuto nella mia storia, per conoscerla avrebbe dovuto sudare sangue. Se non accadeva, meglio ancora. Se da un lato volevo nascondere tutto, dallaltro per volevo anche che si sapesse.Magari dopo che ero morto. Per me si trattava di una sfida. Far sapere che razza di belva feroce ero io, Galvano dei Galvan.Questo mi stimolava.
Per un po rimasi buono. Lasciai che le burrasche si calmasse.
Intanto portavo rami di mugo sulla tomba vuota di mia figlia. Cos la gente si convinse che non ero stato io a uccidere quella giovane. Non mi dispiace niente di mia figlia.Io non provo dolore per nissuno e va bene cos. Piano piano misi a punto una scrittura fatta di simboli. Non ce nera una, pensai, uguale al mondo. Tutta segni copiati dalla natura: animali, rocce, uccelli. Una notte finalmente mi decisi a scrivere tutto quel che avevo fatto sul corpo di mia figlia.Come fusse un quaderno. Avrei usato la lingua inventata e la sua pelle. E cos fu. La cavai dallintercapedine. Era diventata mummia. Secca e dura come il corame. Avevo affilato il coltello e stavo per cominciare quando sentii un rauco verso. Uscii a vedere. Era un corvo imperiale poggiato sul primo ramo dellabete bianco. Che voleva a quellora? Si diceva portasse male un corvo di notte. Non poteva, il male ero io. Cercai di spaventarlo e non andava via. Mi avvicinai mezzo metro. Niente. Stava l. Andai pi vicino. Immobile.Mai visto roba simile. Mi feci avanti quasi a toccarlo. Pensavo volasse via. Invece no. Rimase sul ramo, come a sfidarmi.Urlai alluccellaccio qualcosa, ma fu come non ci fussi.Allora lo presi per il collo con la voglia di strangolarlo. Mi sbrindell un dito. In quel momento ebbi lidea. Siccome la bocca di quelle bestiacce  unarma potente, decisi di fargli pagar cara larroganza. Con quattro colpi di seghetto tagliai il becco alluccellaccio. Poi lo liberai. Il corvo vol nella notte senza pi la sua arma. Stavo per buttare lavanzo nella stufa, quando mi venne in mente una cosa: conservarlo. Fissai le due parti una sullaltra mettendo colla da legno che usavo per le sculture. Durante loperazione mi bucai il pollice con la punta di quellaffare. Come se non fusse abbastanza la beccata. In quel momento capii che dentro al becco era entrato il sangue malato di noi Galvan. Quello che portiamo nelle vene da sempre. Il nostro sangue  contaminato da Satana. Chi toccava quel becco dora in poi toccava veleno.
Linfezione portava malattia e morte. I miei avi non perdonano:
chi li avvicina  finito. Il giorno dopo, affilai alla mola il becco del corvo tirandolo come un rasoio. Mi era venuta idea di scrivere sul corpo di mia figlia usando quelloggetto anzich la punta del coltello! Intendevo trasferire il male sulla pelle della donna che mai avrei voluto nascesse. Per custodire lattrezzo di tortura, ci voleva qualcosa di unico.Affinch conservasse potere e mistero lo chiusi in un contenitore speciale. Scolpii un tronchetto di pino cembro col coperchio a vite. Lo scavai allinterno come fusse un tubo.Allesterno incisi i segni della lingua inventata spiegando a cosa serviva quellaffare. Sul fondo lasciai una traccia per decifrare. Infine lo nascosi in un buco della parete, dalla quale avevo levato un sasso. Lho usato tante volte il coltello di corvo imperiale. E non solo su mia figlia. Ho scolpito la storia sulla carne viva di altre due donne. Questo per esser chiaro. Due bastarde che mi aveva preso in giro. Una diceva desser rimasta incinta con me. Io, che ero stato con lei, ci avevo creduto. Allora volevo portarla da una vecchia che faceva perdere i figli infilando ferri da calze tra le gambe delle donne gravide. Rispose che voleva buttarlo fuori.Dopo nove mesi, nasce sta bambina che credevo mia. Era bionda come il miele e io ero nero come il carbone. La mamma aveva capelli di rame scuro. E allora? Un giorno mi accorsi di un uomo giovane e biondo che veniva fuori da casa sua. Intendo la casa di questa donna. Secondo me era lui il padre della bambina. Allora lei voleva imbrogliarmi? Una notte lo spettai sotto casa e, come laltro, gli detti un palo sulla testa. Poi lo strangolai con la cinghia dei suoi pantaloni.Si accorse che moriva perch prima di crepare apr gli occhi. Per soddisfazione gli piantai sul petto anche due, tre coltellate. Cos, giusto per esser sicuro. Tagliai la fibbia dalla cinghia e la misi in tasca. Sapevo sarebbe servita. Quella donna non doveva passarla liscia. E non la pass. Con una scusa la feci salire alla baita, lei e la bambina. La port nella gerla. Pesava poco, avr avuto un anno. Quando mi fu davanti domandai di chi era veramente la piccola. Insist che era mia. Dissi che non ci credevo perch era bionda. Seguitava ad insistere. Allora dissi: Se  mia faccio quello che mi pare. Presi questa bambina e lappesi per una gamba al ramo dellabete bianco vicino la baita. Che la mangiassero i corvi. Dopo averla picchiata, spogliai la madre nuda cruda e la legai alla sedia. Presi il becco del corvo e cominciai a incidere sulla pelle quello che avevo fatto. Urlava che tremava le foglie degli alberi. Fuori, la bambina sentiva e tac a piangere forte. Finch arriv i corvi imperiali e non pianse pi. Rimase solo alcune ossa molto piccole. Intanto io seguitavo a scrivere scavando la carne della donna, finch perse conoscenza. Allora la strangolai perch ormai non sentiva niente e io invece volevo che sentisse. In quanto alla figlia, se fusse stato un bambino forse lavrei sparagnato, una bambina no. Sarebbe diventata di quelle che fan tribolare gli uomini. E allora via, una in meno. Quando mi stancavo di scrivere sulla donna, la mettevo nel ripostiglio in attesa di robe nuove da lasciargli sprofondate nella carne. Dentro lintercapedine stava accanto a mia figlia, si teneva compagnia.Se andavo in paese, chiudevo lintercapedine con delle assi, in modo che non si vedesse. Ma lass, e soprattutto l dentro, nissuno avrebbe sporto il naso. Delle mie mani aveva paura tutti, non si fidava avvicinarsi. E faceva bene.Per me far fuori una persona  lo stesso che ammazzare una gallina. Intanto era venuto il tempo che cantava i cuculi e io vivevo nel rancore. Odiavo sempre le donne ed appena ne vedevo una mi saliva voglia di strangolarla. Ritenevo giusto strangolarla. Se gli spari a bruciapelo non vede la morte.Se invece gli stringi il collo piano piano, capisce che sta per crepare. Lo leggi negli occhi che si gonfia. Faccio quasi sempre cos a ucciderle. Mi ricordo una che non voleva morire. Riusc a strapolarsi scappando dalle mani. Aveva il collo forte come una manza, faticai a tenerla. La presi e la buttai gi di nuovo. Aveva coraggio da spendere e lo spese bene. Mi disse: Bastardo. Strinsi pi forte. Vidi i suoi occhi girarsi. A quel punto calai la presa e la feci rinvenire. Si riprese e, appena ripresa, strinsi di nuovo. E ancora volt gli occhi. Cos per quattro volte. Credeva di cavarsela, invece no. Alla quinta strinsi pi a lungo e mor. Fui contento.Mi nutrivo della morte di femmine bastarde. Per conto mio lo sono tutte. Anche la mamma della bambina mangiata dai corvi. Anche a lei ficcai tra le gambe il fiore di cirmolo scolpito con la faccia del suo amante. Glielo spinsi fino in fondo, che se lo tenesse stretto. Cavai dalla tasca la fibbia e gliela infilai nel dito grosso del piede sinistro. Quel bastardo i pantaloni non li avrebbe pi calati. Aveva finito di far porcherie con la puttana di turno. Presi un altro spillone di ferro, che avevo preparato apposta, e gli trapassai le mammelle da una parte allaltra in segno di disprezzo. Quando avevo qualcosa da raccontare, tiravo fuori le donne e ci scrivevo sopra. Mia figlia era gi riempita, le sue pagine terminate.Dentro lintercapedine girava unaria speciale che seccava i corpi in pochi mesi. Mia figlia era diventata una mummia. Anche la seconda donna stava per seccarsi. Me ne accorsi quando provai a sfilare il fiore di legno e non veniva fuori. Rattrappendosi lo stringeva, lo teneva ben stretto.Era quello che voleva. Desiderava avere i loro uomini?
Bene, ora li aveva dentro per leternit.
Il terzo libro di pelle umana che adoperai per scrivere la mia vita apparteneva ad una donna del paese vicino. Mi piaceva e questo provocava in me molta rabbia. A me le donne mi piaceva, ero schiavo di loro. Per, appena finito di fare quelle cose mi veniva voglia di strangolarle. Tante volte lho fatto. Come ho detto, almeno ventidue, ma pu darsi di pi. Ho perso il conto, ma una pi una meno, non ha importanza. Questa del paese vicino era sui cinquanta, ancora buona per far quelle cose. Brava contadina, aveva mucche e capre. Falciava lerba come un uomo, tagliava e spaccava legna come un boscaiolo, ed era assai bella. Anche per questo mi faceva rabbia. Trattava gli uomini come fussero merda insultandoli se qualcuno la avvicinava. Allora pensai:
Vediamo se ce la fa a maltrattare anche me. Che ci provi a umiliarmi. Cominciai a salutarla da lontano. Poi pi da vicino. Finch si inizi a vederci in paese. Il suo. Pass un anno e tutto era fermo a qualche breve incontro. Di solito sulla piazza. Bastava cos. Se sbagliavo qualche parola, mi offendeva come faceva con gli altri. Portavo pazienza, intanto preparavo la trappola. Con certe donne occorre aver pazienza, verr il momento che pagher tutto. Ci vuole calma e accumulare vendetta. Un giorno, che era estate, la invitai alla baita. Le dissi che se voleva poteva falciare i miei prati. Trascinare gi il fieno non era faticoso, con la slitta.Ma non casc nella trappola. Fu un giorno che era luglio quando mi appar davanti la porta. Ci siamo pensai.Invece no. Si era fatta accompagnare da un uomo alto, scuro, coi capelli lunghi. Era il suo compagno, disse. Lei invece, era rasata a zero, come sempre. Mi fece meraviglia che dopo anni lass da solo, dimprovviso ci fussero due persone. In quel posto non giungeva anima umana, ci abitava solo la mia, ma non era umana. A tutti e due feci vedere i prati da falciare. Si trovava verso il monte Ludinia, dove tirava sempre un vento che piegava lerba. Lass, il vento era lunica compagnia, assieme ai lamenti delle bestie notturne. Valutai cosa fare. Nel frattempo osservavo luomo. Prima o dopo avrei scolpito anche lui in un fiore di cirmolo. Allora mi dissi:
Meglio prima. Mentre loro guardava lerba verde piegarsi sotto il vento del Ludinia, entrai, infilai due cartucce nella doppietta e tornai allaperto. Stava di schiena. Li chiamai.Tutti due si volt. Volevo lui capisse che stava per crepare.E cap, perch gonfi gli occhi. Gli tirai i due colpi nel petto. And gi di schiena, spinto dalla pressione. Lei si butt in ginocchio piangendo. Credeva fucilassi anche lei. No, troppo comodo. Avevo impresso bene quelluomo, era facile scolpirlo. Presi la donna per un braccio e la tirai in baita.Dopo averla legata al palo che sosteneva il tetto, tornai dal morto. Prima gli levai la cinghia dei pantaloni e tagliai la fibbia. Poi lo trascinai gi sotto, dove stava un formicaio.L, con la scure, lo feci a piccoli pezzi in modo che i corvi facesse presto. Le robe pi piccole, tipo budella, cuore, polmoni e altro le buttai sul formicaio. Le formiche avrebbe fatto il resto. Mi tocc spaccare i ossi col segone per non rovinare il filo della scure. Dove lavevo trascinato, non arrivava lodore di marcio che le mosche faceva su di lui. La putrefazione umana produce puzza insopportabile, molto peggio delle bestie. Luomo ha un brutto odore da morto e anche da vivo. Le donne ancora peggio. Gli animali no, quelli manda buon profumo. Anche il maiale se  tenuto bene. Dopo aver sistemato luomo, tornai dalla signora coi capelli corti.La slegai per spogliarla nuda e dopo la legai di nuovo al palo con le gambe aperte. Le dissi chiaro e tondo che stava per crepare e le ripetei pi volte che provasse ora a fare la spavalda. Tremava, ed era giusto che tremasse. Bisogna aver paura prima di saltare allaltro mondo. Allora ti passa davanti le offese che hai dato agli altri e dici che se non lo facevi forse sarebbe stato meglio. Magari le vendette ti avrebbero sparagnato. Chiss. Io non mi pento di quello che ho fatto. Se qualcuno mi ammazza mi fa un piacere. Non ho coraggio di farmi fuori. Ne ho per uccidere gli altri. Di quello anche troppo.  pi facile uccidere che uccidersi.Approfittai pi volte della donna legata a gambe larghe. Non disse parola, non la sentivo nianche tirare il fiato. Na volta finito i miei sfoghi, cominciai a scrivergli sul corpo il sguito della storia, in pratica quel che facevo. Allora s che urlava. Iniziai dalle spalle. Scavare sulla carne viva col becco del corvo imperiale mi dava soddisfazione. La soddisfazione di vedere una donna col terrore negli occhi. Per sciugare il sangue che veniva dai tagli adoperavo cenere mista a resina e aglio. Le strisce sottili di carne che veniva via li mettevo in una scodella. Una volta piena la portavo fuori sul ciocco. In pochi minuti arrivava i corvi che faceva baruffa per mangiarseli.Lasciava la scodella rovesciata, netta come fusse lavata.Mentre la scrivevo, domandavo alla donna come mai era cos carogna quando girava in paese. Non rispondeva.Dissi che le donne se la cerca. O meglio, coi loro comportamenti superbi e provocatori cerca le rogne. E le trova. Sar sempre cos, anche fra mille anni. Le donne non smetter mai di provocare i maschi. Cos le dissi. Poi, siccome dovevo accopparla, mancava il fiore di cirmolo da infilargli tra le gambe. Dovevo scolpire la faccia di quel bastardo che avevo macellato. Ma non la ricordavo bene. Allora calai gi, dove lo avevo strascinato. Presi la testa e la portai in baita, per copiarla. Incominciai dal naso. Dovevo fare presto, che non facesse brutto odore. Quando vide un pezzo del suo uomo la signora miagol qualcosa come un gatto nella tagliola.Allora presi per i capelli la testa e la sfregai sul muso della donna e poi gliela passai tra le gambe come, presumo, faceva quando era vivo. Alla fine la poggiai sul tavolo e iniziai a scolpire il fiore di cirmolo con la faccia del morto al centro. Mentre scavavo di sgorbia, lei mi guardava. I tagli spurgati con la cenere non sanguinava pi e la donna ancora parlava. Disse che se la risparmiavo non avrebbe fiatato con nissuno. Figurarsi se ci credevo. Gli feci vedere i due libri gi scritti, uno dei quali era mia figlia. Inchiostro di sangue.Forse cap che lei sarebbe stata il terzo, pieg la testa e non parl pi. Io seguitai a scolpire il fiore di cirmolo con al centro lamore della donna. Quando avei quasi finito glielo mostrai. Aveva visto le altre col fiore infilato tra le gambe e si rese conto. Almeno pensai che avesse capito. Nel dubbio provai subito infilandogli lo stecco del gambo in quel posto. Miagol qualcosa pi per paura che per dolore. Poi lo levai per rifinirlo, e sotto i petali aggiunsi qualche traccia per decifrare le incisioni, come avevo gi fatto con le altre due. In tre ore terminai il lavoro e buttai il fiore sul tavolo.La donna stava cedendo le forze al pavimento, era piegata in due come un verme. Le tirai su la testa spingendo il mento da sotto. Aveva i capelli corti, non potevo tirare con la mano. Mi venne voglia di profittare ancora una volta, prima di spegnerla come una candela. E profittai. Mi piaceva avere una donna prigioniera, ferita e spaventata. Io sono un vigliacco bastardo. Questo lo so. Noi Galvan siamo una brutta genia, ci piace torturare chi non pu difendersi. Siamo vigliacchi e ci divertiamo cos. Di eroi ce n fin troppi in giro.Per questo ogni tanto nasce carogne e bastardi come noi. Io sono uno di loro e me ne vanto. Quella notte lho lasciata vivere. Ogni tanto le incidevo qualche frase della storia che volevo raccontare. In pratica quello che stavo facendo. Dal buio, spesso veniva labbaio delle volpi che stavano mangiando luomo tagliato a pezzi. Mi sembr di sentire anche la martora ma non sono sicuro. Forse le martore non mangia uomini. Non lo so. Il giorno dopo decisi di metter fine allagonia della donna che mi aveva umiliato. Doveva essere lenta. Lavrei finita col becco del corvo, scrivendogli sul corpo il sguito della storia. Pian pianino, un poco alla volta.Quando si fa il male bisogna farlo bene, senza risparmio.E io, non per vantarmi, il male lo so fare bene. Allora, come niente fusse, ripresi a scrivere sulle pagine di carne umana di quella maledetta legata al palo. Si lamentava sempre pi piano e sempre meno. Forse stava abituando il dolore a tacere.Quando fui stufo, presi il fiore dal tavolo, glielo infilai tra le gambe, presi dalla tasca la fibbia e gliela ficcai nel dito del piede. Dopo, ancora viva, la misi nel ripostiglio insieme alle altre. Poi mi buttai sulla panca a riposare. Venne sera.Lungo la notte avei limpressione che le donne parlasse tra loro. Ho il dubbio che fusse solo la mia testa a sentire. A ogni modo, testa o no, mi misi ad ascoltare cosa diceva ma parlava troppo piano per capire. Allora mi avvicinai allintercapedine poggiando lorecchio sulla parete. Cal improvviso il silenzio dei morti e le donne non parl pi. Sentivo solo il verso di un uccello che si diceva succhiasse il sangue alla gente ed agli animali. Aveva il becco come un lungo ago dacciaio.Chi lo vedeva crepava entro lanno. Andai fuori con la schioppa ma non cant pi. Rimase zitto come le donne.Lindomani tirai fuori dal buco il terzo libro, deciso a farla finita. Ormai mancava poco, la storia stava per concludersi.La donna dai capelli corti era morta. Pensai allora che quel brusio di parole nella notte fussero le sue ultime. Altro non poteva essere. Seguitai tutto il giorno a incidere la sua carne finch, intorno allimbrunire, cant ancora luccello.Allora presi di nuovo la schioppa e andai fuori. Il bastardo era l, sul ramo dove avevo appeso la bambina. Tirai un colpo e lo fulminai. Diceva che chi lo vedeva moriva? Bene, andai vicino e lo presi in mano. Non avevo visto niente di simile, nemmeno nei sogni pi infami. Era brutto da spaventare uno come me. Grosso quanto un cotorno, aveva il becco lungo una spanna, colore dellacciaio, fino come un ago. Gli occhi sporgeva fuori dalla testa come due nocciole, e le piume e le penne era nere come quelle dei corvi. Aveva addosso odore di marcio. Pensai che fusse andato dalluomo fatto a pezzi a cercare il sangue secco che restava. Invece di succhiare avrebbe mangiato croste. Accesi la stufa, la tirai al massimo e ci buttai dentro quel fagotto di paura. Volevo incenerirlo e cos fu. Si lev un fumo nero e pastoso come notti senza luna, che mandava lo stesso puzzo schifoso delluccello.Dopo mezzora tutto fin: fumo e odore. Anche se diceva che chi lo vedeva sarebbe morto entro lanno, di morire non avevo alcuna paura. Mi sarei ucciso io, questo era sicuro. Ma prima dovevo terminare il lavoro, e murare i libri umani nellintercapedine.
Un giorno andai gi in paese. Quando fui quasi alle porte incontrai un vecchio che falciava. Mi ferm. Voleva del tabacco, in cambio offriva del vino. Lo accontentai. Sallontan a fumare lasciando in terra la falce. Mi verme idea di lasciare sul manico una traccia per decifrare, se mai russer state trovate, le donne. Sapevo che l dentro non marciva ma seccava, conservando la storia sulla pelle. Con la punta del pugnale incisi due segni e le lettere corrispondenti: la V e la B. Nel frattempo il vecchio torn. Bevetti il vino e andai in paese. Feci quel che dovevo fare, scorte di mangiare e bere, e lindomani tornai su. Tirai fuori dal nascondiglio la terza donna e affidai alla sua pelle quel che avevo fatto. Presi un terzo spillone e glielo piantai tra i seni, come alle altre. La rimisi nel ripostiglio con le compagne. Veniva su da sotto laria dellinferno, un fiato che secca la carne e non permette il disfacimento. Dopo due mesi, la terza donna divent secca come un osso. Restava per ancora spazio da riempire sulla pelle di quelle mummie. Ma non mi divertivo pi. Primo perch era morte, secondo perch non buttava sangue e io volevo vedere quello. Terzo: i brandelli delle incisioni ormai era duri come stringhe di corame ed i corvi non li mangiava pi. A ogni modo seguitai a scrivere la storia che ora arrivava agli ultimi fatti. Il tempo  scaduto anche per me. Come ho detto, vorrei che questa storia venisse alla luce, in modo che si sappia chi erano i Galvan. Da unaltra vista, forse  meglio di no, che tutto resti nel mistero.Da parte mia ho sparpagliato segni per leggere le donne, ho seminato chicchi per raccogliere verit. Ma non sar facile, e chi ce la far a togliere il velo, avr una bella sorpresa.Ho sessantotto anni, fatti il nove agosto, so che non andr lontano. Non minteressa andare oltre. Soprattutto non voglio. Decider della mia vita dopo il punto finale sui libri umani. Sono sceso in paese, nella mia casa. Non ho visto nessuno tra le vie. Solo qualche vecchia. Pareva tutti morti. Ho aperto la porta per lultimo saluto. Non ho neanche acceso quattro stecchi nella stufa per lultimo fuoco.Tutto ormai nella mia vita era ultimo. In un foro nella cappa del camino un gufo aveva messo il nido. Per farlo aveva spinto fuori qualcosa. Ho raccolto sta cosa e lho guardata bene. Era il pugnale di mio bisnonno. Si chiamava come me: Galvano dei Galvan. Non so se aveva ucciso qualcuno nella sua vita. Non minteressava, n ero curioso. Il nome era intarsiato con strisce di ottone sul fodero di legno antico.E anche sul manico cera il nome. Mi poteva servire. Me lo son messo in tasca, ho salutato la casa e son tornato alla baita. Potrei tirarmi una fucilata in bocca e tutto finisce. Ma sarebbe troppo facile. Il mio sangue maledetto deve correre come una fontana. Solo cos pu disperdersi per sempre il veleno che ho dentro. Il demonio che ho nelle vene. Sono stufo di vivere. Scrivo queste ultime cose sulle stinche della terza donna. Posto ce n ancora un poco su quella pelle ormai secca. Gli scarti li butto via, i corvi non li mangia pi. Se qualcuno trover la chiave della mia voce, sappia che non sono pentito di niente. Quello che ho fatto lo rifarei subito, adesso. Sono io che non ho pi voglia di stare al mondo. Batti e ribatti ogni falce si consuma. Le falci taglia erba, la mia taglia persone. Una brutta falce, ma ormai  andata.C pi solo la costa della schiena. Volendo taglierebbe ancora. Ma dovrei batterla e lerba ormai  secca. Lautunno  intorno a me. Ci si stufa ad uccidere. Pi che stufarsi ci si annoia.  sempre la stessa faccenda. Uno respira, poi non respira pi. Non importa con quali attrezzi gli fermi il respiro. Questo non importa. So che ammazzare donne mi divertiva. Solo con mia figlia avei un po di dubbio. Uccidere era un motivo per fare qualcosa. Il resto non minteressava.Ora non minteressa pi niente. Nascondo i libri umani nellintercapedine della baita. Se nessuno li trova o li decifra, li legger i secoli. Finch tutto diventer polvere. La latrina del mondo per me  chiusa. Non sentir pi lodore di merda dellumanit falsa e bastarda. Lumanit  peggio di me. Almeno buona parte. Io sono un assassino e lo dichiaro.Gli altri uccidono lasciando vivi. Sotto il piede sinistro della terza donna scrivo quello che resta. Galvano dei Galvan non ha pi niente da dire n da fare. Ultima cosa tengo a scrivere: il becco del corvo imperiale, col quale ho scritto tre libri di carne umana, lo infilo in un bussolotto scolpito da me. Lo metto nel muro della baita. Se qualcuno lo trova stia attento, contiene il male e la morte. Galvano dei Gal van. Amen.
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20. Epilogo.
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Adesso potete alzarvi, io faccio fatica. Ma tocca a me riprendere il discorso. Da qui ricomincio io. Dopo aver letto interamente le tre mummie non ho pi forza n spirito di fare niente. Nemmeno di pensare. Solo di sparire. Ora capisco tutto. E se non tutto, molte verit. Il mio antenato era un feroce assassino. Ammazzava soprattutto donne. Quando lo intralciavano, anche uomini. Odiava le femmine, come me.Siamo una stirpe malata. Per fortuna sono lultimo, poi  finita. La sorte ha voluto fossi io a decifrare la lingua misteriosa del remoto parente. Non faccio commenti su quello che ho scoperto. Li faranno quelli che leggeranno il libro che ho intenzione di sparpagliare in giro. Lo far pubblicare a costo di pagare io le spese. Una cosa devo dire: non ho mai trovato il pugnale di cui parla Galvano. E nemmeno so dove sia finito lui.
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Sui libri umani non rivela le sue intenzioni.Si pu intuire che si sarebbe levato dalle spese, per non  detto. Secondo me si  ucciso ma nulla  certo. In cimitero non c. Non esiste qualcosa che dica dov, nessuno ne ha trovato traccia. Ha voluto sparire e, contento lui, va bene a tutti. Ma io no. Io non sono per niente contento.Vorrei sapere dove stanno le sue ossa. Quelle ossa non riposeranno mai in pace. Hanno dentro il male, come il becco del suo corvo, e il male dura eterno. Tra qualche giorno andr in paese a consegnare i quaderni sui quali ho trascritto tutto.
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Con due righe far arrivare il mercante darte.Affider a lui il compito di farli pubblicare. Dovevo darli a un amico ma  morto anni fa per troppo vino. Tutto dovr tornare nel libro: la mia storia e quella di Galvano messe assieme.Voglio che pi gente possibile sappia chi eravamo.Chi eravamo, perch tra poco sparir anchio e non esister pi traccia dellinfame genia. Non mi dispiace abbandonare il mondo di letame nel quale tutti sprofondiamo. Lunica cosa che mi addolora  lasciare la cerva orfana della mia compagnia. Solo questo. So che ci rester male e soffrir parecchio.Potrei tirarle una fucilata ma non ho tutto quel coraggio.Sono cattivo, odio le donne come Galvano, ma non arrivo al suo livello di ferocia. Ho voluto bene solo a una, la donna senzombra, ma ormai  lontana. Posso dire che degli umani non me ne frega niente, potrei ammazzarne qualcuno anche ora. Degli animali son pi amico, anche se ne ho uccisi per mangiare.
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Ho rimesso le mummie al loro posto. Salir alla fornace qui sopra a prendere un po di calce per intanarle di nuovo.Anzi no, siccome prima di uccidermi dar fuoco a tutto, non servir nemmeno murarle. In paese ho comprato una tanica da dieci litri di vino rosso. E alcuni pacchetti di tabacco e sigari. Li ho portati in fondo alla foiba dove un tempo avevo un piccolo amico. Dove la goccia che cade nella pozza sembra una cannonata. Se devo crepare, meglio farlo come si deve. Mentre aspetto la fine bevo qualche sorso e fumo.I condannati a morte chiedono lultima sigaretta. Io ho anche il vino. Sono fortunato. Voglio scrivere ogni cosa finch non scendo nella foiba. Incontrer il mercante la settimana prossima. Gli consegner tutto. Compresi i miei averi e le ultime disposizioni.
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Linverno se n andato, sta arrivando il tiepido maggio.
Ho lasciato passare qualche mese per godermi ancora un poco la mia cerva. Pare abbia intuito lestrema scelta:  sempre triste. Mi lecca mani e viso come a dirmi: Non andartene, rimani qui. Vorrei farle capire che non ce la faccio a campare ancora, devo andarmene per forza. E non prego nemmeno. Sono i vigliacchi che pregano.
Ora  mattina, qua e l cantano i cuculi. Dalla finestra scorgo la luce. Prendo in mano il quaderno per segnare alcune cose. Quando sono sceso nella foiba, la cerva s fermata davanti allimbocco. Sono andato gi adagio con la torcia e due lumi a petrolio. Avevo voglia di illuminare il pi possibile quella spelonca nel ventre della terra. Volevo capire bene dove sarebbero finite le mie ossa. Sono sceso controllando i passi. Ho posato sullaltare di pietra il fagotto con le mie ultime scorte. Ho acceso i fanali a petrolio collocandoli su due mensole di roccia ad un metro e mezzo daltezza. Poi  caduta la goccia nella pozza e ho sentito il rombo della caverna franarmi addosso. Ho atteso che si chetassero i cerchi per scrutare il fondo in cerca dellamico vermiciattolo. Non cera pi. Aveva terminato il perenne andirivieni da un lato allaltro. Una traversata lunga ed eterna dentro un metro di roccia cava piena dacqua.Ho pensato che forse era morto. Anche lui, come tutti i viventi, aveva una sua durata. Mi  dispiaciuto non trovarlo.Anche se stavo per morire lo avrei voluto accanto. Mi avrebbe tenuto compagnia gli ultimi giorni e le ultime notti.Prima di addormentarmi nel sonno della morte, avrei avuto qualcuno vicino. Invece niente, ero solo. Il secondo tuono che mi ha colpito non  stato prodotto dalla goccia. franato letteralmente sulla mia anima. I lumi a petrolio rischiaravano assai bene la spelonca. Mettevano in luce dettagli e particolari mai notati durante le mie visite. Ho scoperto cos angoli, fessure, nicchie, piccole grotte ed altari di sasso.
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Ero talmente sorpreso che non sapevo da dove cominciare le perlustrazioni. Con lausilio della torcia, ho iniziato a esplorare da sinistra verso destra come girano le lancette dellorologio. Per terra giacevano ossa di animali.Teschi di caprioli e camosci andati laggi forse a morire in pace. Non potevo credere infatti che fossero precipitati.Se scendevo io figuriamoci loro. Ho seguitato a curiosare qua e l, scoprendo ben poco oltre a quelle ossa. Ho alzato la luce lungo le pareti. Ho visto buchi nella roccia trapanati dal tempo, corrosioni e candele bianche che pendevano dal tetto. Erano gocce dacqua solida, imbalsamate dai secoli. Non avendo pozze in cui cadere, serano abbarbicate al soffitto per evitare loblio. A un certo punto ho notato una scafa lunga un paio di metri, posta a circa uno e mezzo da terra, allaltezza del mio mento. Ho affacciato la torcia a quel pertugio circondato da cornici di muschio nero. stato l, in quel momento, che ho ricevuto il tuono nel petto. Nella nicchia, steso per lungo, stava uno scheletro umano. Si capiva che era stato una persona piuttosto alta.Occupava lintero spazio della spelonca. Mi batteva il cuore da sputarlo in terra. Qualcun altro oltre agli animali era sceso laggi, a morire in pace. Chi era?, mi chiedevo. Con pazienza ho osservato le ossa, soffermandomi sul teschio.Aveva ancora qualche dente, che la luce della torcia rendeva pi giallo. Vicino allosso sotto la spalla sinistra, ho notato qualcosa. Ho afferrato loggetto con mano tremante, ho soffiato la polvere del tempo, lho pulito sulla manica e lho illuminato.
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Mi son dovuto poggiare alla roccia. Era un pugnale, una specie di lungo stiletto dentro al fodero.Ho notato che portava intarsiato qualcosa. Lho sfregato di nuovo sulla manica della giacca. Cera scritto questo: Galvano dei Galvan. Avevo trovato i resti del mio antenato, dello spietato e crudele assassino di donne. Mi sono seduto in terra per lunghi minuti. A riflettere e calmare il cuore.Ripresomi, ho osservato ancora le incisioni. Erano in metallo, come ha raccontato Galvano sul corpo delle mummie.Forse ottone o rame. Non capivo, ma a quel punto non era importante. Avevo trovato le ossa dellantenato pazzo. Ho osservato a lungo quei resti. Del primo Galvano, il padrone del pugnale, non sapevo niente, dellaltro sapevo anche troppo. Le mummie raccontavano di lui. Le mummie erano lui. Ora, laggi nelle tenebre della foiba, qualcuno avrebbe tenuto docchio la mia agonia. Devo dire la verit, nonostante appartenesse a un folle assassino, ho provato un certo affetto per quello scheletro del quale ero erede e parente.Non giustificavo certo le sue azioni. Uno cos va arrostito vivo. Ma quelle ossa erano anche mie, in un certo modo mi appartenevano. Ossa di famiglia, posso dire. Un patrimonio di follia e morte che terminer con la mia fine.Ho trasferito anche queste ultime novit sui quaderni.
Sono contento di non aver avuto figli. N maschi n femmine.
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Se erano femmine peggio ancora. Quasi non volevo pi andare laggi a morire. Volevo crepare solo, ora invece avevo compagnia. Compagnia di ossa e di un parente.Comunque per andarmene cera tempo, prima dovevo sistemare alcune cose. Nonostante quello che avevo scoperto ero abbastanza tranquillo. Uno che sta per morire non si agita molto.
Sono sceso al paese ed ho scritto al mercante darte che volevo vederlo. Ha risposto che sarebbe arrivato presto. Infatti  arrivato dopo qualche giorno. Povero diavolo!Parlava ancora di fare mostre, soldi, affari! Non immaginava che sono alla fine.
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Ci siamo seduti nellunica osteria del paese. La vecchia che ci serve da bere da giovane faceva la puttana. E forse lo fa ancora. Qualche uomo la monta, sono sicuro. Le piace darla via. Laveva offerta anche a me. E ci ero andato. Mi piacevano le vecchie troie, che ci posso fare. Sono meno impegnative di quelle belle che ti provocano. E allora qualche colpo glielho dato, ma ora  secca come una scorza di larice, non vale pi la pena. Eppure qualche uomo si ferma da lei dopo la chiusura. Quando la guardo penso alla sua vita e la strozzerei. Se al mio posto ci fosse Galvano non durerebbe una notte. La guardo negli occhi dacqua e vedo antichi riflessi di sfida e provocazione. Che secondo me hanno tutte le donne. La voglia di umiliare il maschio. Questa  mia convinzione e me la tengo stretta. Pu darsi che sbagli, ma per me  cos. Non per nulla sono parente di Galvano.
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L, nellosteria del paese, firmando scartoffie, regalo al mercante tutte le mie sculture. Nonch i diritti sullintera mia opera. Firmo unultima carta con cui gli lascio la casa e qualche campo che ricordo di avere. Sarrangi lui a trovarli.Ho messo i quaderni sul tavolo dellosteria. La vecchia li guarda. Ho raccomandato al mercante di stare attento a quello che fa. Deve assolutamente far conoscere al mondo la mia storia e quella delle mummie. Se escono guadagni se li pu tenere, visto che ama i soldi.
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Queste parole le scrivo nel quaderno ultimo, sul tavolo dellosteria, mentre la vecchia maledetta spia ogni mossa.Scrivo questo e mi batte il cuore. Prima di scendere a incontrare il mercante, ho voluto fare una verifica. Sono andato a cercare uno per uno i segni che mi avevano permesso di leggere i libri umani. Lho fatto per soddisfazione e per dire un grazie alla fortuna. Mi sono recato alla scheggia di pietra messa in luce dalla valanga. Sono calato in paese nella vecchia casa dove, sulla mensola del camino, con mio nonno avevo riposto una scheggia di ferro. Ho controllato gli spilloni sui seni delle mummie. Ho scavato la resina colante dallabete bianco. Ho scrutato il fondo del bussolotto scolpito.Ho esaminato il corno di cervo. Ho studiato il maggiociondolo.
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Il bruco nella pozza non cera pi. Pazienza.Ho guardato sulla porta della baita. Da ultimo, ho preso in mano la falce di Tita dal Casel. Volevo ringraziare i segni che avevano prodotto il miracolo. Tramite loro avevo saputo.Ma niente. Tutto scomparso. Di quei segni, di quelle indicazioni, di quelle sigle non vi era pi traccia. Come non fossero mai esistiti. Avevo sognato? Mi ero immaginato quelle cose? Era leffetto della belladonna? E se cos era, da dove venivano i messaggi? Forse dallaltro mondo? Mi sono detto che sulla falce di Tita dovevano esserci ancora, quei segni. Era impossibile fossero spariti. Ho afferrato la falce per la seconda volta guardando il manico. Le incisioni non esistevano pi. Non ci credevo ma la realt era quella.Allora mi sono convinto che le donne secche, dal mondo dei morti, avevano fatto s che la loro storia fosse portata in luce. Non ho provato nessuna paura. Al punto in cui ero, paura non ne avevo pi.
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Il mercante pensa sia diventato pazzo. Non si aspettava gli regalassi tutti i miei averi. Gli uomini vogliono soldi e si rovinano per averli. Io no. Io mi sono rovinato per le donne, perch ero malato. Ora non pi. Sto per morire, niente mi interessa. La storia  il tempo che passa, il quale dar merito a coloro che regalano i soldi agli altri. Ci vorranno molti anni, forse qualche secolo. Poi si torner al baratto. Ma noi non ci saremo pi. Col mercante ho deciso tutte le mie cose.Non vedeva lora firmassi concessioni a suo favore. Temeva un ripensamento. Che pena, poveruomo. Pensa di esser furbo e combinare laffare della vita.
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Mi tratta con mille cortesie.Perde tempo rivelando la sua falsit. Gli lascerei tutto lo stesso, senza tante manfrine. Gli consegno la chiave della casa vecchia. Oltre a robe degli antenati, vi  accumulata una quantit notevole di sculture. Nella testa mi batte il tormento di non aver pi trovato alcun segno. Pare impossibile.Eppure la realt parla chiaro: ogni traccia  scomparsa. Il mercante, sempre pi perplesso, chiede conto delle mie decisioni.Vuole sapere che intenzioni abbia.
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Sparire rispondo.
Domanda: Hai intenzione di ucciderti?.
No, soltanto sparire ripeto.
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Infatti non mi sarei ammazzato, avrei lasciato alla fame il compito. Alla sete no, finito il vino avrei bevuto dalla pozza.Alla fine concludo col mercante facendomi promettere che non toglier una riga dai quaderni. Nemmeno ci che lo riguarda. Lo promette. Prima di consegnargli il mallopp devo vergare le ultime parole. Avrei dato fuoco alla baita con tutto quello che conteneva. Comprese le mummie ed il becco del corvo. Tutto sarebbe diventato cenere. Questa  una faccenda di cui va cancellata ogni traccia. Cenere le mummie, con la storia che portano addosso. Cenere il becco di corvo, che nessuno si faccia male. Incendier la baita di notte, in modo che si possa vedere il fal dai paesi di fondovalle. Il fuoco purifica, pulisce e punisce. Laggi devono sapere che il mostro malato non c pi. Voglio disfarmi di tutto ci che possiedo. Salver soltanto la falce di Tita dal Casel. La appender sul ramo dellabete bianco. Andr nella foiba il tredici giugno, la notte dei campanacci.
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Cos avr delle campane che suonano per me. So che la cerva mi seguir. Si metter accucciata davanti lingresso. E son sicuro, si lascer morire. Senza di me non vive. Mi son chiesto tante volte chi si nasconde nellanima buona e mite della bestiola. Ha accompagnato i miei passi per anni. Molte cose ho capito guardando i suoi occhi. Prima di morire sono giunto a una conclusione. Nellanima della cerva s adagiata lanima della figlia di Galvano. Quella giovane innocente uccisa dal padre.  stata lei a far comparire i segni coi quali ho potuto conoscere la sua storia e quella delle sue povere compagne? Voglio pensare questo, e di questo mi convinco.La bestiola  la figlia di Galvano. Mi voleva bene. Di quella infame genia non ero il peggiore, lo aveva sentito.Morir senza di me. Non sono stato importante per nessun essere umano, per lei s. Per la mia cerva ero importante. Si lascer morire di fame, lo so. Un giorno qualcuno trover le sue ossa accanto allimboccatura della foiba. Vorrei che quella persona le raccogliesse e le buttasse sul fondo della spelonca, accanto alle mie ed a quelle di Galvano. Altro non ho da dire n voglio dire altro.  stato detto abbastanza, forse anche troppo. Tra poco chiuder questo ultimo quaderno e lo consegner al mercante assieme agli altri. Li dovr far conoscere affinch tutti sappiano. Non metter data n firma. Il mio nome non deve apparire, potrebbe un giorno danneggiare qualcuno. Basta e avanza quello di Galvano.Con queste ultime parole mi congedo dal mondo e saluto la vita. Me ne vado senza rimpianti. Molti rimorsi ma niente rimpianti. Perdonate, se potete, la stirpe dei Galvan, finalmente estinta. Amen.
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21. Gente che dice.
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Si tramanda, e si racconta, che una notte, la notte dei campanacci, di un certo tredici giugno, i paesi di fondovalle alzarono la testa. Un grande fal ardeva sulla montagna nei pressi della baita. La gente fissava quelle fiamme spaventata ma pure liberata dalla paura. Quel rogo riduceva in cenere la follia e la morte, lorrore e la storia. Perci, si racconta, nessuno mosse un dito, o sal a spegnere. Questo  ci che si dice, ma quanto c di vero nessuno lo sa.
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Riflessioni a margine del rischio.
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 il giorno 2 agosto 2018, sono a Casera Mela, in Val Zemola.
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La baita-rifugio dista a piedi unora dal paese di Erto. In auto pochi minuti. Oggi finalmente ho terminato questo romanzo, sospeso, assieme alla vita, per quindici mesi. Vicende familiari gravi e fatti personali meno seri, ma comunque fulminanti, avevano fatto di me uno zombie. E tale sono rimasto. Per quindici mesi non ho fatto altro che sedermi la mattina allosteria e trascinarmi a casa barcollante a tarda sera. Nessuno mi cacciava. A differenza delle rissose sbornie giovanili, dove accendevo casini, ora rimanevo in silenzio.La vecchiaia spegne i bollori. Per quindici mesi non ho vissuto.
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Vivere, per me, significa leggere, scrivere, scolpire, arrampicare, camminare lungo i monti. Stare con i figli, gli amici. In verit, amici pochi. Lho capito durante i mesi del dolore. Mi sono sentito pi a rischio di quando sto appeso a una parete di roccia. Per la prima volta, in sessantotto anni, son dovuto ricorrere a psicofarmaci. Che, con grande orrore dellamico medico Andrea Grieco, assumevo dentro boccali di vino e birra. Mai avevo sperimentato la gelida calma dellannientamento programmato.
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Mi piaceva cos. Notavo i sorrisi compiaciuti di amici che, confidando nel crollo finale, offrivano generose portate di vino.Bevevo e bevevo. In quella tragedia chimico-fisica chiamata vita, come diceva Pessoa, avevo deciso di mollare gli ormeggi.Spesso mi scoprivo a piangere. Pianti silenziosi, a volte in pubblico. Si rivelavano una liberazione. A volte un aiuto. Ho scoperto la medicina dimenticata: le lacrime.Piangere aiuta. In questo inferno piatto e orizzontale, fatto di sedie ed osterie, alcuni amici hanno teso la mano a reggermi.Li ringrazio. I figli sono stati fondamentali. Ho tenuto botta per non deluderli. Mai come in questi mesi mi girava in testa la frase di La Rochefoucauld. Il quale nel 1624 scrisse questo: Nelle disgrazie dei nostri migliori amici, c sempre qualcosa che non ci spiace affatto.
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Il destino benevolo, la fortuna e quel che resta di una buona salute hanno impedito la fine. Queste riflessioni non vogliono essere di critica a nessuno. Men che meno puntano il dito assetato di biasimo contro chicchessia.  confortante sapere che nelle difficolt non si  del tutto soli. Occorre tener duro proprio quando non si hanno pi forze. Appigliarsi allultima favilla di cenere che vola verso il cielo. Questo tragico periodo ha messo in chiaro alcune cose. Innanzitutto mi ha reso pi sicuro, di certo meno ingenuo. Ho imparato a riconoscere amici veri e millantatori. Ho scoperto dove sta di casa lamore.Era l, dove avevo puntato. Tuttavia dolore, delusioni e tradimenti non hanno spento la fiducia nel prossimo.Nonostante La Rochefoucauld, continuo a sperare. Anche nei falsi amici. Pu essere che un giorno si ravvedano. Glielo auguro vivamente.
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Erto, Casera Mela, Val Zemola, 2 agosto 2018, ore 15.27.
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FINE.